La Terra di nessuno e i giudici inquisiti
Conchita SanninoUna Procura senza guida da quasi due anni, proprio mentre divampa la prima di una serie di indagini che potrebbero dar vita a una Tangentopoli calabrese. Almeno quindici toghe sono infatti sotto inchiesta, con ipotesi di corruzione o abusi, a Salerno: i cui pubblici ministeri sono competenti a indagare sulle toghe del distretto di Catanzaro. Dove opera, non senza sollevare mugugni e ostilità persino nella sua categoria, il procuratore capo Nicola Gratteri. Non solo. Salerno è anche l’Ufficio requirente in cui purtroppo si contano nel 2020 i dieci anni di impunità dall’efferato omicidio di un amministratore che era un volto pulito del sud, il sindaco pescatore, il primo cittadino di Acciaroli, Angelo Vassallo, assassinato nel settembre del 2010 con nove colpi di pistola.
Dossier che scottano in una Terra di nessuno, dove l’unico potere immutabile sembra quello di alcuni feudi imprenditoriali e politici. Quella che si è appena aperta nella seconda città campana potrebbe essere una puntata devastante per magistratura e avvocatura di un pezzo del Paese, soffocato dalla ‘ndrangheta bianca: ovvero mafie e massoneria, binomio che uccide senza sangue e senza rumore, che soffoca economia e giustizia solo con il fruscio invisibile del denaro o degli scambi di favori. Ogni giorno, raccontano fonti attendibili, arrivano dalle 3 alle 4 segnalazioni su ipotesi di reati che coinvolgono magistrati.
La prima discovery del terremoto annunciato si è consumata, pochi giorni fa, con l’arresto del giudice Marco Petrini, presidente di sezione di Corte d’Appello a Catanzaro, a suo carico un racconto di presunte tangenti in cambio di aggiustamenti ai processi, buste di denaro, champagne, prestazioni sessuali. L’indagato ha respinto con fermezza ogni accusa, in interrogatorio dinanzi al gip. Ma ha ammesso i contributi mensili da 1500 euro, ha ammesso le relazioni anche contemporanee con avvocatesse di quel foro che, secondo l’accusa, venivano ricambiate con attenuazione di sentenze e misure. Petrini ammette i doni, di varia natura, non ne spiega i motivi. Materia incandescente come altre, certo: processi che devono essere risolti solo con il lavoro dell’aula. Se quelle condotte fossero accertate, in virtù delle norme sulla Spazzacorrotti, gli arrestati eccellenti rischierebbero 15 anni di carcere. Ma qui, come altrove, dovrebbe valere il principio che l’ufficio che se ne occupa, fatalmente esposto a rischi e pressioni, sia diretto da un vertice pienamente legittimato: l’unico cui spettano decisioni e linee strategiche.
A Salerno invece, un procuratore capo non c’è dal marzo 2018, prima per incomprensibili rinvii databili ad oltre un anno fa e poi per successivi doverosi approfondimenti, che si sono ulteriormente protratti dopo le intercettazioni (non penalmente rilevanti) emerse dalla vicenda che ha travolto il magistrato romano Luca Palamara e cinque consiglieri del Csm. È lo scandalo senza precedenti cui è seguita una clemente ricomposizione in Consiglio, dopo le dimissioni praticamente imposte all’organo di autogoverno dal Presidente Mattarella. I tempi, tuttavia, non sono cambiati. Una circostanza che sembra segnare, ancora una volta, la distanza che separa chi vive l’attesa di giustizia (specie nel Mezzogiorno d’Italia) da chi deve amministrarla.
Dal Palazzo salernitano, c’è fiducia ma ovviamente molta concentrazione sulle istruttorie in corso. “Se il giudice Petrini parlasse, si riscriverebbe una storia in Calabria”, vagheggia qualcuno. Ma se a Salerno, un indagato eccellente, Petrini o un altro, avesse qualcosa da dire o da aggiungere, busserebbe alla porta di una Procura acefala?