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Dalla cronaca, alla politica, allo spettacolo: quello che è coperto ma è importante sapere. Ogni mercoledì il podcast di Conchita Sannino su Repubblica

Fenomeno baby-gang e la deriva mafiosa

Puntano ai disabili, agli anziani o ai coetanei di scuola più deboli, perché spesso sono lo specchio delle loro stesse marginalità. È così che si comincia. Dentro e subito fuori scuola, spesso. Poi finiscono per usare spranghe, armi da guerra o piccoli coltelli. Sono fragili e allo stesso tempo efferati. Seguono piccoli riti di iniziazione, scelgono segni distintivi per sentirsi parte dello stesso branco, si fanno scudo con il genere trap, fanno uso di droghe e alcol. Apparentemente, invisibili. Eppure sono tanti. Formano un piccolo esercito di 30mila, i minori delle baby-gang segnalate dalle forze dell’ordine da nord a sud, per la precisione 28.878,  da Brescia a Reggio Emilia, dal cuore del Veneto alla periferia metropolitana di Napoli o di Taranto.

Sono le bande di ragazzi giovanissimi che nel 2019 si sono macchiati di reati di diversa gravità : meno di quelli denunciati nel 2018, ma comunque troppi. Anche perché, come mostrano i numeri della banca dati interforze e le segnalazioni di arresti o denunce elaborati dalla Direzione Centrale della polizia criminale, le vittime di questa violenza sono sempre minori, quasi 40mila. Due cifre che raccontano un’altra Italia, nell’analisi dettagliata che il prefetto della Repubblica, Vittorio Rizzi, direttore centrale della Polizia criminale, ha offerto  alla commissione Bicamerale sull’Infanzia e Adolescenza. In tutto fanno 70mila minori, tra carnefici e vittime: ragazzi sui cui danno bisognerebbe intervenire ora. Le paranze della geografia criminale del napoletano, “connotate da una ingiustificata ferocia“ nei confronti di “inermi ragazzi” o anche “forze dell’ordine”; le ‘Pandillas’, bande di strade composte in prevalenza da giovanissimi sudamericani di Genova o Milano; le gang di cinesi, sempre under 18, che hanno eletto le loro basi nei night club, negli internet point, nei karaoke, soprattutto tra centro e nord Italia, da Prato a Padova, da Bologna a Milano.

“Il fenomeno desta allarme sociale non solo per la giovane età, ma anche per la particolare aggressività attraverso la quale vengono compiuti i delitti e l’amplificazione mediatica che ne deriva”, ha spiegato ai parlamentari il vicedirettore generale della pubblica sicurezza Rizzi. E pur nella lieve flessione complessiva, preoccupa il trend crescente di chi si dedica alle rapine, alle lesioni, ai danneggiamenti , o allo sfruttamento della pornografia e della prostituzione minorile. Rizzi ha ricordato a deputati e senatori della Bicamerale che “la risposta prepressiva non basta, occorrono azione sinergiche”. Soprattutto “Formazione e lavoro”, ha aggiunto. E quindi più maestri, più scuole aperte, più assistenti socio sanitarie, più politiche di welfare. Anche perché molti di questi capibande vengono poi cooptati e stabilmente inseriti nelle cosche: nella contesa di queste giovani vite, le mafie (o la morte) sono spesso più veloci dello Stato. Anzi, un’ ulteriore beffarda prova di discriminazione rischia di pesare ulteriormente sul destino di questi minori.

La recente indagine, svolta dall’ Ateneo napoletano Suor Orsola Benincasa, su indicazione della commissione parlamentare antimafia presieduta da Nicola Morra, ci mostra che esistono anche banditi di serie B: a parità di minori che vengono dell’area penale e sono sottoposti alla messa alla prova, il dato della recidiva, cioè quelli che ricascano nel crimine, nel napoletano è doppio rispetto alla media nazionale. 
Ovvero: 41 per cento a dispetto del 22 come media nazionale. “Il modello costante e quotidiano, il più concreto”, osserva la criminologa Simona Melorio, “resta il clan del quartiere. Quello a cui guardano, la meta che li aspetta è l’orizzonte mafioso”. 

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  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/omissis/2020/02/11/audio/fenomeno_baby-gang_e_la_deriva_mafiosa-423008631/

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