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Dalla cronaca, alla politica, allo spettacolo: quello che è coperto ma è importante sapere. Ogni mercoledì il podcast di Conchita Sannino su Repubblica

Pericolo carceri, ai tempi del virus

Prima la rabbia, poi la protesta, infine la rivolta che dalle celle italiane arriva fuori, con i detenuti che - come a Foggia - invadono un quartiere e rendono necessario l’intervento dell’esercito. Disordini che portano violenza e sangue anche sulle divise. Immagini che da sole rappresentano uno choc : due carri armati che compaiono tra le strade del capoluogo dauno. I disordini e le violenze si annunciano sabato scorso, esplodono domenica, lunedì ci vogliono i soldati. Le prime rivolte già la settimana scorsa da nord a sud, da Salerno a Milano Opera, da Foggia a Palermo, dalle camere di detenzione di Modena agli enormi e ormai devastati padiglioni di Poggioreale, a Napoli, il più grande e affollato penitenziario europeo.

È ormai stato di alta tensione nelle carceri italiane. Tutto nasce dallo stop ai colloqui, misura ritenuta necessaria a tutelare dal contagio l’intera popolazione carceraria, e ovviamente dalle preoccupazioni legate all’eventuale focolaio che dovesse verificarsi nelle strutture. Così viene allo scoperto nella sua gravità una falla purtroppo da anni analizzata e mai risolta: la mancanza di strutture che fossero adeguate sia per numero - perché occorrerebbero più penitenziari - sia per condizioni civili di trattamento. Un quadro già carico di incognite, ma su cui qualcuno sta soffiando sul fuoco, nei giorni dell’epidemia da Covid 19 . Con due parole chiave: amnistia e indulto. Provvedimenti che non sono all’orizzonte minimamente e per i quali, va ricordato, occorrerebbe poi la maggioranza dei voti delle Camere, cioè i due terzi del Parlamento.

L’escalation però incendia anche altre carceri. Nel pomeriggio di lunedì, ecco la ribellione a Melfi: detenuti prendono in ostaggio quattro agenti e uno psicologo. Intanto salgono a sette i morti tra i detenuti nel carcere di Modena: sembrerebbero dovuti a casi di overdose, non si sa per la protesta e l’assalto all’infermeria, o se per condotte indipendenti. Allarmanti soprattutto le scene di Foggia, lunedì: con un quartiere che si è dovuto barricare in casa, dopo l’evasione di alcuni detenuti - in gran parte bloccati - mentre i pochi sfuggiti alla cattura entrano in alcune officine, rubano alcune auto, allarmano gli abitanti della zona, al Villaggio Artigiani. Fino a che non arrivano, letteralmente soldati e due carri armati. Sì sospetta un’unica regia: favorita dalla circostanza, denunciata dalla stessa Procura di Napoli più volte, che ormai in moltissime celle circolano i telefonini tra detenuti. Una condotta sostanzialmente non punita da reati specifici, e quindi un fenomeno non arrestato.

A Napoli, sono circa 70 gli agenti della polizia penitenziaria medicati o assistiti in ospedale. Sono ore di battaglia a Poggioreale, sia domenica, sia lunedì. Nel pomeriggio festivo vengono assaltati almeno tre padiglioni del penitenziario ben noto da anni per il suo record europeo, oltre 2mila detenuti invece dei 1400 che potrebbe accogliere come massima capacità. È un lungo e spaventoso corpo a corpo quello che raccontano di aver vissuto, nel cuore di Napoli, nella prima domenica del grande isolamento italiano. Mobili, brande, suppellettili vengono letteralmente fatti a pezzi, usati come armi contundenti o proiettili da scagliate contro i “nemici”, contro le “guardie”. Gli agenti della penitenziaria chiamano i rinforzi , la direzione allerta tutte le istituzioni e oppone con alcuni le armi del dialogo. Da casa, lasciando riposo e famiglie, arrivano decine di altri colleghi che erano fuori turno. I file vocali degli agenti della penitenziaria, inviati subito dopo l’emergenza, trasmettono ancora il senso della paura e dell’assedio. Tutto avviene a pochissimi metri dalla cittadella giudiziaria, a un tiro di schioppo dalla stazione centrale: la situazione, alle 17 di domenica scorsa, è così seria che questore e procuratore capo di Napoli, Alessandro Giuliano e Gianni Melillo, entrano dentro, nel carcere sorvolato per ore dagli elicotteri, mentre fuori ci sono ormai poliziotti e carabinieri in stato antisommossa a fronteggiare la protesta, parallela pacifica, di centinata di familiari dei detenuti. E dentro, appunto, l’inferno: i padiglioni Livorno, Milano, Napoli, Salerno devastati, molti allagati, infissi sventrati, illuminazione in tilt.

Il Sappe, uno dei sindacati della penitenziaria, chiede ora le dimissioni del ministro Alfonso Bonafede e del capo del Dap, Franco Basentini. Ai due lati di una vicenda tanto delicata quanto dolorosa per il Paese, pesano gli estremismi. I gruppi dei radicali che chiedono addirittura amnistia e indulto causa coronavirus. Sul fronte opposto il leader della Lega Salvini, che vuole il pugno di ferro. Feriti, morti e panico usati anche come carburante per le rispettive posizioni. Un calcolo pericoloso.

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  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/omissis/2020/03/09/audio/pericolo_carceri_ai_tempi_del_virus-423008455/

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