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L’aria di casa che “salva” i mafiosi

Qualcuno l’ha definito un eccesso di legittima prevenzione. Sanitaria, forse, in tema di anti-Covid. Certo, non antimafia. Un boss della ‘ndrangheta guadagna il ritorno a casa, nonostante una condanna in secondo grado a 14 anni e sei mesi, perché in cella correva un rischio troppo elevato di infettarsi. A beneficiarne è Vincenzino Iannazzo, il sessantacinquenne padrino di Lamezia Terme che era rinchiuso nella casa circondariale di Spoleto. Arresti domiciliari, dunque, e braccialetto elettronico: anche se le accuse sono gravissime e la condanna in appello è per associazione mafiosa. La vicenda finisce sul tavolo del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che sta valutando se inviare gli ispettori di via Arenula nella Calabria dove già sono numerosi gli uffici giudiziari scossi dalle inchieste. Ad auspicare approfondimenti c’è Nicola Morra, il presidente della commissione parlamentare antimafia: “Ció che lascia perplessi - ragiona Morra con Repubblica - è la motivazione: la carenza del suo sistema immunitario”. Le condizioni di salute, da trapiantato sottoposto a crisi di rigetto, sono state ritenute particolarmente a rischio di contagio. Ma le terapie e le attenzioni cui dovrà sottoporsi, ci si chiede, per quale motivo non potevano essere offerte in un carcere? Oppure dobbiamo dedurne, è l’obiezione di Morra, che è lo specifico dell’aria di casa a farlo guarire? Ci si trasferisce nel proprio tinello e il sistema delle difese torna a posto?” Così, nelle carceri che sono già frontiera calda dell’ emergenza Coronavirus, si spalanca la cella per Vincenzino, “U Moretto”, detto il moretto, quello che ha spesso fatto scena muta davanti ai giudici, considerato il capo delle ‘ndrine di Sambiase, la frazione di Lamezia dove comandano da decenni, con riconosciuta capacità di penetrazione in Veneto, in Lombardia, anche in Irlanda. Così la Corte di Assise di d’appello di Catanzaro accoglie l’istanza dei suoi avvocati, libera il detenuto e lo fa – com’è nel suo diritto - anche contro il parere del sostituto procuratore generale.La decisione dei giudici è appunto legata alla peculiarità del suo quadro clinico: ritenuto particolarmente esposto alla progressione del virus letale. Ma le reazioni non si fanno attendere: perché il padrino non può essere curato e piantonato in un centro clinico? O in reparto ospedaliero dedicato ai detenuti? Perché rispedirlo a casa, dove un capoclan può consolidare il potere criminale e riorganizzare le fila del proprio schieramento? Un altro caso che fa rumore, produce interrogazioni parlamentari e proteste, infiamma il clima intorno ai penitenziari dove le condizioni di sicurezza sono critiche, e la miccia delle rivolte ha già fatto 13 morti tra i detenuti, guerriglie su cui va ancora fatta chiarezza. “Le violenze e le ribellioni sono avvenute quasi ovunque, purtroppo - fa notare Morra - tranne che in Calabria. La ‘Ndrangheta usa altri metodi. Ho visitato molti penitenziari, mi è sempre stato detto che i più diligenti sono i mafiosi calabresi”. Se la drammatica emergenza del Paese spinge alla mobilitazione verso gli appello che chiedono indulto o amnistia, se resta primario l’interesse della salute della popolazione carceraria e dei tanti operatori che rischiano ogni giorno, non si può sottovalutare l’allarme che voci autorevoli dell’Antimafia istituzionale , dal procuratore nazionale Federico Cafiero de Raho al capo della Procura di Catanzaro Nicola Gratteri, stanno lanciando da settimane: è nei momenti come questi che le leadership criminali e i loro cartelli economici immettono fiumi di denaro nel circolo dell’economia indebolita, moltiplicano il loro potere. Fagocitano interi settori del sistema produttivo, in Italia e all’estero. Ed è la prima volta che a una così devastante crisi economica di aggiunge il vantaggio di una giustizia ‘sospesa’, con le attività istruttorie e dei Tribunali sospese. “La disponibilità di liquidità è vitale, oltre al cash puro ci sono le partite di droga immediatamente convertibili in valore“, dice Morra, che ricorda come solo pochi giorni fa siano stati sequestrati a Gioia Tauro 537 chili di cocaina purissima. “No, il mercato della droga non ha subito alcuna crisi, i prezzi sono rimasto immutati”. Non sarà tra le industrie che chiudono, quella dei narcotrafficanti in Calabria, dove gli ‘Ndranghetisti si salvano meglio, se tornano a casa, ai domiciliari per paura del Coronavirus.

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