A pochi giorni dalla consegna del premio Nobel per la pace all'Unione europea, un rumore di fondo disturba i preparativi in corso per la grande cerimonia ad Oslo. A provocarlo è la battaglia in corso fra due delle vincitrici del premio lo scorso anno, le liberiane Leynah Gbowee, 41 anni, attivista per i diritti umani, e Ellen Johnson Sirleaf, 74, presidente del Paese africano.
Gbowee nelle settimane passate ha presentato le sue dimissioni da responsabile della Liberian Truth and Reconciliation Commission, l'organismo creato sul modello sudafricano per portare avanti la riconciliazione nazionale in un Paese devastato da anni di guerra civile. Un addio al veleno, il suo, in cui ha accusato la presidente - ed ex amica - Sirleaf di non fare abbastanza contro la corruzione che paralizza il Paese e di impedire così alla nazione di risollevarsi rapidamente dalla povertà.
Sirleaf da parte sua ha risposto definendo la collega "troppo giovane" per ricordare tutto quello che il Paese aveva dovuto attraversare per arrivare al livello di stabilità e democrazia di cui può godere oggi la Liberia. Il comitato dei Nobel, come il resto della comunità internazionale, ha finora assistito al battibecco in silenzio: lo scorso anno l'attribuzione del premio alle due donne africane e a Tawakkol Karman, giornalista yemenita, per mesi alla testa della rivoluzione nel suo Paese, aveva dato molte speranze. Dodici mesi dopo, la primavera democratica dello Yemen si è trasformata in un triste autunno, dove i miliziani di Al Qaeda trovano terreno fertile per svilupparsi. E la Liberia, a lungo un faro per l'Africa in cerca di democrazia, assiste attonita al battibecco fra le sue due prime donne.
Ieri l'Unione europea ha annunciato che donerà i soldi del premio ai bambini vittime dei conflitti: ma non è bastato ad accendere i fari dell'entusiasmo su un Nobel per la pace che quest'anno ha raccolto più polemiche che consensi. Le speranze suscitate dal premio 2011 oggi sembrano lontane anni luce.
Twitter @francescacsferr
Gbowee nelle settimane passate ha presentato le sue dimissioni da responsabile della Liberian Truth and Reconciliation Commission, l'organismo creato sul modello sudafricano per portare avanti la riconciliazione nazionale in un Paese devastato da anni di guerra civile. Un addio al veleno, il suo, in cui ha accusato la presidente - ed ex amica - Sirleaf di non fare abbastanza contro la corruzione che paralizza il Paese e di impedire così alla nazione di risollevarsi rapidamente dalla povertà.
Sirleaf da parte sua ha risposto definendo la collega "troppo giovane" per ricordare tutto quello che il Paese aveva dovuto attraversare per arrivare al livello di stabilità e democrazia di cui può godere oggi la Liberia. Il comitato dei Nobel, come il resto della comunità internazionale, ha finora assistito al battibecco in silenzio: lo scorso anno l'attribuzione del premio alle due donne africane e a Tawakkol Karman, giornalista yemenita, per mesi alla testa della rivoluzione nel suo Paese, aveva dato molte speranze. Dodici mesi dopo, la primavera democratica dello Yemen si è trasformata in un triste autunno, dove i miliziani di Al Qaeda trovano terreno fertile per svilupparsi. E la Liberia, a lungo un faro per l'Africa in cerca di democrazia, assiste attonita al battibecco fra le sue due prime donne.
Ieri l'Unione europea ha annunciato che donerà i soldi del premio ai bambini vittime dei conflitti: ma non è bastato ad accendere i fari dell'entusiasmo su un Nobel per la pace che quest'anno ha raccolto più polemiche che consensi. Le speranze suscitate dal premio 2011 oggi sembrano lontane anni luce.
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