NON è bastato che le sparassero alla testa. Non è servito che un milione di persone si schierassero al suo fianco, firmando una petizione destinata al presidente pachistano per chiedere che garantisse un'educazione a milioni di bambine del suo Paese. Non è stato sufficiente neanche che migliaia di firme, raccolte in tutto il mondo, la candidassero al Nobel per la pace.
Malala Yousufzai resta una minaccia: la pensano così i clerici conservatori della Moschea rossa di Islamabad, espressione dell'Islam più chiuso e gretto che si possa trovare in quel Paese, e i loro accoliti europei, basati per lo più a Londra. Sono stati proprio questi ultimi a raccontare alla stampa britannica che fra qualche giorno a Islamabad verrà diffusa una fatwa contro la ragazzina di 14 anni ferita alla testa dai Taliban mentre tornava a casa da scuola in autobus.
La sua colpa: voler studiare, essere diventata la voce di milioni di ragazzine che, in Pakistan, non hanno voluto arrendersi alla violenza e si sono ribellate all'estremismo dilagante e a un governo che le aveva dimenticate.
SCOPRI LA PRIMA PAGINA DI RSERA
Malala giace da settimane in un ospedale inglese: riceve le migliori cure dai medici più preparati e al suo fianco c'è la sua famiglia, volata dal Pakistan per stare con lei. I bollettini ospedalieri raccontano che migliora, riesce a parlare e a comunicare. Il padre giura che tornerà a casa a combattere la sua battaglia. Ma è difficile immaginare cosa, se anche si riprendesse del tutto, potrà mai passare per la testa di una ragazzina che si è vista una pistola puntata al cervello.
Gli estremisti pachistani contano di accusarla di apostasia, un verdetto che di solito implica la condanna a morte. "Non è una sentenza di morte - ha spiegato Anjem Choudary, uno dei fondatori di al Muhajiroun, gruppo islamista dichiarato illegale in Gran Bretagna due anni fa, che ha annunciato la fatwa - vogliamo parlare di quello che sta accadendo davvero e di come lei è diventata uno strumento di propaganda degli Stati Uniti e del Pakistan". Belle parole. Andate a raccontarle a Malala.
Twitter: @francescacaferr
Hashtag: #parlaconlei
Malala Yousufzai resta una minaccia: la pensano così i clerici conservatori della Moschea rossa di Islamabad, espressione dell'Islam più chiuso e gretto che si possa trovare in quel Paese, e i loro accoliti europei, basati per lo più a Londra. Sono stati proprio questi ultimi a raccontare alla stampa britannica che fra qualche giorno a Islamabad verrà diffusa una fatwa contro la ragazzina di 14 anni ferita alla testa dai Taliban mentre tornava a casa da scuola in autobus.
La sua colpa: voler studiare, essere diventata la voce di milioni di ragazzine che, in Pakistan, non hanno voluto arrendersi alla violenza e si sono ribellate all'estremismo dilagante e a un governo che le aveva dimenticate.
SCOPRI LA PRIMA PAGINA DI RSERA
Malala giace da settimane in un ospedale inglese: riceve le migliori cure dai medici più preparati e al suo fianco c'è la sua famiglia, volata dal Pakistan per stare con lei. I bollettini ospedalieri raccontano che migliora, riesce a parlare e a comunicare. Il padre giura che tornerà a casa a combattere la sua battaglia. Ma è difficile immaginare cosa, se anche si riprendesse del tutto, potrà mai passare per la testa di una ragazzina che si è vista una pistola puntata al cervello.
Gli estremisti pachistani contano di accusarla di apostasia, un verdetto che di solito implica la condanna a morte. "Non è una sentenza di morte - ha spiegato Anjem Choudary, uno dei fondatori di al Muhajiroun, gruppo islamista dichiarato illegale in Gran Bretagna due anni fa, che ha annunciato la fatwa - vogliamo parlare di quello che sta accadendo davvero e di come lei è diventata uno strumento di propaganda degli Stati Uniti e del Pakistan". Belle parole. Andate a raccontarle a Malala.
Twitter: @francescacaferr
Hashtag: #parlaconlei