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Il New Deal dell'Ocse: più donne al lavoro

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Finalmente qualcuno che ci regala una soluzione semplice, semplice per rilanciare l'economia, un New Deal che anziché pretendere montagne di soldi si basa su uno sforzo di immaginazione: provare a costruire un mondo del lavoro in cui uomini e donne abbiano le stesse opportunità. La soluzione magica l'ha prospettata l'Ocse nel suo ultimo rapporto, "Closing the Gender Gap", sottotitolo "Act Now".

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E' tempo di agire, dice sostanzialmente l'organismo internazionale, perché alla crisi si reagisce solo smettendo di lasciare a casa quasi metà della forza lavoro, una situazione tanto più assurda considerando che proprio loro, le donne, sono quasi ovunque le migliori e più numerose laureate. Non si tratta solo di giustizia sociale, femminismo o altri concetti astratti. No, ci sarebbe un beneficio per tutti molto concreto: la Womenomics, un'economia più attenta alle donne, provocherebbe un balzo del 15% del Pil mondiale nei prossimi 20 anni.

Applicato all'Italia, continua l'Ocse, il risultato sarebbe ancora più clamoroso. Il nostro Paese ha infatti uno dei peggiori tassi di occupazione femminile (solo 51,1% contro una media Ocse del 71,9%) e dunque paradossalmente qualsiasi progresso potrebbe avere un effetto moltiplicatore: se più italiane venissero incluse nel mondo del lavoro ci sarebbe una crescita annuale del Pil stimata a 1%, mica bruscolini. Tra i 34 Paesi membri dell'Ocse, l'Italia è insomma quello che avrebbe più da guadagnare dalla Womenomics, persino di più di Corea, Grecia, Ungheria, Giappone, Lussemburgo, Pologna, Repubblica Ceca. Meno benefici sul Pil sono attesi per Paesi come Finlandia, Islanda, Svezia, che tanto hanno già fatto in passato per le pari opportunità nel mondo del lavoro. Consoliamoci: il meglio deve ancora venire.