Parla con lei

La sentenza Parolisi e le donne "inadatte"

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"Lo faceva vivere in una sorta di sudditanza morale e fisica". Sono queste le parole con cui il giudice di Teramo, Marina Tommolini, definisce il rapporto tra Melania e il caporalmaggiore Salvatore Parolisi. Prima di aggiungere che l'assassinio di Melania non ha niente a che vedere con "amanti o segreti di caserma" e che molto probabilmente si tratta di un gesto "maturato nell'enorme frustrazione vissuta dal Parolisi nell'ambito di un rapporto divenuto impari".

Dopo la condanna all'ergastolo di Salvatore Parolisi, eravamo in tanti ad aspettare le motivazioni della sentenza di condanna. Anche solo per capire cosa possa spingere un uomo a massacrare la moglie, avere spunti di riflessione per mettere in atto strategie di protezione delle donne, arginare quest'epidemia di femminicidi che continua a fare troppe vittime.

Ed ecco che si scopre che quest'uomo non aveva affatto il profilo del dominatore, ma quello del dominato. E che le trentacinque coltellate inflitte a Melania sarebbero state la reazione impetuosa di un uomo "umiliato". Melania non era una donna troppo fragile e troppo succube. Forse era troppo indipendente e troppo forte. E quel famigerato 18 aprile del 2011, sarebbe morta per aver rifiutato un rapporto sessuale. L'ennesima frustrazione. L'umiliazione di troppo per il marito.

E ancora una volta sono in causa le donne. Come se spettasse a loro adeguarsi alle aspettative degli uomini. Come se dovessero costantemente fare attenzione per evitare di essere troppo sottomesse o troppo indipendenti. Donne oggetto o donne castratrici. Comunque inadatte. Come se spettasse a loro "riparare" le fragilità narcisistiche di questi uomini che non ce la fanno proprio a capire che in un rapporto tra due persone non esiste alcun equilibrio perfetto.

In ogni rapporto umano, si dà e si riceve. Talvolta troppo. Talvolta troppo poco. Mai comunque in modo del tutto lineare o equivalente. Ma questo forse lo si capisce solo quando, all'interno del rapporto, ognuno rispetta l'umanità e l'alterità altrui. E la smette di pensare che l'altro gli appartenga, vuoi perché è una cosa da utilizzare, vuoi perché è un oggetto di cui si ha bisogno per confermare il proprio valore.