Da quando l’Economist l’ha soprannominata la Dama di ferro d’Africa la sua popolarità nel mondo è aumentata ma in patria no: nessuno aveva bisogno di un’intervista sul settimanale più importante del mondo per conoscere Ngozi Ikonjo-Iweale, ministro delle Finanze della Nigeria, una delle economie - sulla carta - più promettenti d’Africa, ma anche una di quelle più colpite dalla corruzione.
Nel mondo prevalentemente maschile della grande finanza internazionale, Ikonjo-Iweale è una superstar: ministro delle Finanze della Nigeria fino al 2006, due volte candidata alla guida della Banca mondiale è la donna che vorrebbe fare del gigante africano un Paese relativamente normale. Per capire quanto grande sia la sua sfida, basta guardare ai numeri: fra gli anni ‘70 e il 2001 la Nigeria ha guadagnato più di 300 miliardi di dollari grazie al petrolio, ma tanta ricchezza non è riuscita ad arrivare ai suoi 160 milioni di abitanti. Secondo le stime, il Paese ha perso 35 miliardi di dollari negli ultimi dieci anni a causa della corruzione e nel 2011 il tasso di disoccupazione era del 23.9%: fra i giovani poi, saliva al 37,7%. Nelle classifiche mondiali su istruzione, salute e parità di genere, la Nigeria è regolarmente agli ultimi posti.
Una situazione che metterebbe paura a molti, ma non a Ikonjo-Iweale: la donna che nel 2006 divenne un’eroina nazionale per aver cancellato larga parte del debito internazionale della Nigeria, nel 2012 è stata protagonista delle rivolte che hanno insanguinato il Paese in seguito al tentativo, da lei fortemente voluto, di cancellare i sussidi statali sulla benzina. Altri al suo posto si sarebbero dimessi, lei no: con il suo gele - il copricapo tipico - sempre fisso in testa, ha risposto alle critiche mandando in stampa pochi mesi dopo un libro-manifesto del futuro che verrà: lotta alla corruzione, taglio delle spese del governo e dell’amministrazione pubblica, massiccia dose di investimenti nelle infrastrutture. Impossibile? «La perseveranza alla fine paga», ha risposto ai critici.
Twitter: @francescacaferr
Nel mondo prevalentemente maschile della grande finanza internazionale, Ikonjo-Iweale è una superstar: ministro delle Finanze della Nigeria fino al 2006, due volte candidata alla guida della Banca mondiale è la donna che vorrebbe fare del gigante africano un Paese relativamente normale. Per capire quanto grande sia la sua sfida, basta guardare ai numeri: fra gli anni ‘70 e il 2001 la Nigeria ha guadagnato più di 300 miliardi di dollari grazie al petrolio, ma tanta ricchezza non è riuscita ad arrivare ai suoi 160 milioni di abitanti. Secondo le stime, il Paese ha perso 35 miliardi di dollari negli ultimi dieci anni a causa della corruzione e nel 2011 il tasso di disoccupazione era del 23.9%: fra i giovani poi, saliva al 37,7%. Nelle classifiche mondiali su istruzione, salute e parità di genere, la Nigeria è regolarmente agli ultimi posti.
Una situazione che metterebbe paura a molti, ma non a Ikonjo-Iweale: la donna che nel 2006 divenne un’eroina nazionale per aver cancellato larga parte del debito internazionale della Nigeria, nel 2012 è stata protagonista delle rivolte che hanno insanguinato il Paese in seguito al tentativo, da lei fortemente voluto, di cancellare i sussidi statali sulla benzina. Altri al suo posto si sarebbero dimessi, lei no: con il suo gele - il copricapo tipico - sempre fisso in testa, ha risposto alle critiche mandando in stampa pochi mesi dopo un libro-manifesto del futuro che verrà: lotta alla corruzione, taglio delle spese del governo e dell’amministrazione pubblica, massiccia dose di investimenti nelle infrastrutture. Impossibile? «La perseveranza alla fine paga», ha risposto ai critici.
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