Nel settembre 2006 non cinguettava nessuno. I giornali e i programmi televisivi non s'illudevano di misurare la rilevanza di ciò che facevano dai like su Facebook. Chi scriveva un articolo non doveva fingere di interessarsi all'opinione di ogni lettore che sul posto di lavoro disponesse di eccessi di tempo libero e di una connessione adsl. Eppure, i più bravi avevano già capito come sarebbe finita.
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Nella seconda puntata di Studio 60, un telefilm ambientato dietro le quinte di un programma di satira, un attore leggeva la stroncatura comparsa su un blog. L'altro gli chiedeva cosa gliene importasse di una blogger disadattata che in pigiama disquisiva del mondo, e quello gli faceva presente che era altamente probabile che la disadattata in pigiama venisse ripresa dal New York Times, "che così farà vedere che dà voce alla gente".
Mi torna in mente ogni volta che vedo qualche conduttore serio che parla di cardinali, massimi sistemi, riforme costituzionali, e poi a un certo punto butta lì "Abbiamo un hashtag", con l'affanno dei genitori che tentano di comunicare con gli adolescenti con slang che non capiscono davvero, con la disperazione di chi è disposto a fingere di interessarsi al parere di un pubblico che in tempi di crisi non si può permettere di perdere. Ma che interesse dovrei avere a essere il tuo pubblico, se la tua idea di informazione e intrattenimento è far rimbalzare i miei borbottii invece di dirmi le tue idee?
A Gazebo, la domenica notte su Rai3, fanno una classifica delle più assurde conversazioni twitteriane: abituati ad autori che invece di far gli autori elemosinano hashtag, gli spettatori si sono immediatamente sentiti in dovere di fornire i loro suggerimenti. Liquidati già alla seconda puntata con un sorridente ma secco "La trasmissione è nostra: facciamo come ci pare", inappuntabile manifesto del programma che aspetto da anni: uno che non dia voce alla gente.
Twitter: @lasoncini
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Mi torna in mente ogni volta che vedo qualche conduttore serio che parla di cardinali, massimi sistemi, riforme costituzionali, e poi a un certo punto butta lì "Abbiamo un hashtag", con l'affanno dei genitori che tentano di comunicare con gli adolescenti con slang che non capiscono davvero, con la disperazione di chi è disposto a fingere di interessarsi al parere di un pubblico che in tempi di crisi non si può permettere di perdere. Ma che interesse dovrei avere a essere il tuo pubblico, se la tua idea di informazione e intrattenimento è far rimbalzare i miei borbottii invece di dirmi le tue idee?
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