Stando agli ultimi dati diffusi dall'AIRE (Anagrafe della popolazione italiana residente all'estero) sarebbero sempre più numerosi coloro che lasciano l'Italia per cercare fortuna altrove. Soprattutto i giovani, convinti che all'estero potranno farcela, realizzare i propri sogni e ricominciare ad avere fiducia nel futuro. A partire dal 1990 sono stati più di 600.000 i ragazzi e le ragazze che, stanchi dell'assenza di prospettive e di speranza, si sono trasferiti non solo in Francia, in Germania e in Gran Bretagna, ma anche in America, in Asia e in Oceania. E molti hanno effettivamente trovato un lavoro, costruendosi una nuova vita. Ma a che prezzo? Con quali risultati oltre al lavoro?
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Anche io sono una di queste tante persone che hanno lasciato l'Italia. E che, arrivata in Francia nel 1998, ha costruito qui la propria carriera. Sono una delle tante fortunate che, secondo i criteri oggettivi di riuscita personale, ce l'ha fatta ad andare avanti, a trovare un lavoro, a farsi riconoscere. Non rivendico però la mia scelta e sono critica nei confronti di questa retorica sempre più diffusa secondo cui, all'estero tutto sarebbe facile. Non solo non è affatto facile, ma soprattutto il prezzo dello sradicamento è enorme. Che dire di tutti quei giovani che arrivano pieni di speranze e che, dopo alcuni mesi o alcuni anni, se ne vanno via delusi perché si rendono conto che le cose non sono poi così diverse? Che dire a chi non si capacita che anche qui esistono corsie preferenziali, raccomandazioni e privilegi?
Tante persone emigrano e non tornano più. Cambiano lingua, cambiano gesti, cambiano amici. Mettono tra parentesi il passato e vanno avanti come se niente fosse. Prima di rendersi conto che hanno forse rinunciato alla parte più preziosa di se stessi e che le tante cose che hanno accumulato servono a poco. Perché per la rottura identitaria che si portano dentro non esistono né cerotti né soluzioni di ripiego.
Tante altre emigrano e poi tornano indietro. Dopo aver passato anni a cercare tracce del proprio paese, a frequentare gli altri emigrati, a seppellire inutilmente la propria nostalgia. In ogni caso c'è uno strappo che non si ricuce. Tanto più che nella gente che li accoglie resta il sospetto di un'estraneità colpevole. Che cosa c'era che non andava nel nuovo paese? Che cosa siete tornati a fare qui?
Partire per fare esperienze è sempre importante. Si torna arricchiti dal confronto con la diversità e più forti, perché si è stati capaci di mettersi alla prova. Partire perché manca la speranza, invece, è sempre devastante. Non solo perché di questi tempi anche altrove la speranza è poca, ma anche e soprattutto perché anche laddove c'è speranza, rimane il dolore per non avere avuto il diritto di sperare nel proprio paese di origine, con i propri affetti, e nella propria lingua.
@MichelaMarzano
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Anche io sono una di queste tante persone che hanno lasciato l'Italia. E che, arrivata in Francia nel 1998, ha costruito qui la propria carriera. Sono una delle tante fortunate che, secondo i criteri oggettivi di riuscita personale, ce l'ha fatta ad andare avanti, a trovare un lavoro, a farsi riconoscere. Non rivendico però la mia scelta e sono critica nei confronti di questa retorica sempre più diffusa secondo cui, all'estero tutto sarebbe facile. Non solo non è affatto facile, ma soprattutto il prezzo dello sradicamento è enorme. Che dire di tutti quei giovani che arrivano pieni di speranze e che, dopo alcuni mesi o alcuni anni, se ne vanno via delusi perché si rendono conto che le cose non sono poi così diverse? Che dire a chi non si capacita che anche qui esistono corsie preferenziali, raccomandazioni e privilegi?
Tante persone emigrano e non tornano più. Cambiano lingua, cambiano gesti, cambiano amici. Mettono tra parentesi il passato e vanno avanti come se niente fosse. Prima di rendersi conto che hanno forse rinunciato alla parte più preziosa di se stessi e che le tante cose che hanno accumulato servono a poco. Perché per la rottura identitaria che si portano dentro non esistono né cerotti né soluzioni di ripiego.
Tante altre emigrano e poi tornano indietro. Dopo aver passato anni a cercare tracce del proprio paese, a frequentare gli altri emigrati, a seppellire inutilmente la propria nostalgia. In ogni caso c'è uno strappo che non si ricuce. Tanto più che nella gente che li accoglie resta il sospetto di un'estraneità colpevole. Che cosa c'era che non andava nel nuovo paese? Che cosa siete tornati a fare qui?
Partire per fare esperienze è sempre importante. Si torna arricchiti dal confronto con la diversità e più forti, perché si è stati capaci di mettersi alla prova. Partire perché manca la speranza, invece, è sempre devastante. Non solo perché di questi tempi anche altrove la speranza è poca, ma anche e soprattutto perché anche laddove c'è speranza, rimane il dolore per non avere avuto il diritto di sperare nel proprio paese di origine, con i propri affetti, e nella propria lingua.
@MichelaMarzano