È ora di chiedere scusa. L’ho capito ieri, vedendo lo spot che un po’ di cinema italiano ha realizzato per chiedere che Emma Bonino venga eletta presidente della Repubblica.
Una cosa di una bruttezza totale: dalla pochezza dell’ideazione alla sciatteria dell’esecuzione; dal canile recitativo alla scarsità della scrittura passando per le luci (a un certo punto non vedrete niente, perché quella che parla è inquadrata davanti a un balcone aperto, controluce; quella che parla, per inciso, è Franca Valeri, e la lista di coloro con cui scusarsi comincia da lei: ci perdoni, noialtri popolo di cialtroni, per aver permesso che fosse coinvolta in una cosa così non alla sua altezza).
La difesa è prevedibile: in Italia mancano i mezzi, inutile fare paragoni con Lena Dunham e quel gioiellino che era lo spot sul primo voto, sul perdere la verginità con Barack Obama. Come se lì non ci fosse stata solo una telecamera, e davanti una ragazza con idee, tono, voce e identità.
La verità è che fare uno spot brutto costa quanto farne uno bello. La verità è che la differenza sta nel saperlo fare. La verità è che le buone intenzioni non contano, se non per lastricare strade infernali che ti sciupano i tacchi.
Gira in questi giorni un vecchio pezzetto di un’intervista della Thatcher alla tv svedese: le chiedevano di alzarsi in piedi e saltare, lo fanno tutti i nostri ospiti, «l’ha fatto Gorbaciov». Lei spiegava garbatamente che non vedeva ragione per farlo. Sorrideva e non saltava. Margaret Thatcher aveva più idea di cosa fosse sensato far filmare - quindi: più senso dello spettacolo - di quell’assemblea di istituto che ci ostiniamo a chiamare cinema italiano.
È ora di scusarsi. Io comincerò da quelli che fecero lo spot sul tetto, quello in cui smacchiavano il giaguaro: perdonatemi, per aver pensato che non fosse possibile far di peggio.
@lasoncini
Una cosa di una bruttezza totale: dalla pochezza dell’ideazione alla sciatteria dell’esecuzione; dal canile recitativo alla scarsità della scrittura passando per le luci (a un certo punto non vedrete niente, perché quella che parla è inquadrata davanti a un balcone aperto, controluce; quella che parla, per inciso, è Franca Valeri, e la lista di coloro con cui scusarsi comincia da lei: ci perdoni, noialtri popolo di cialtroni, per aver permesso che fosse coinvolta in una cosa così non alla sua altezza).
La difesa è prevedibile: in Italia mancano i mezzi, inutile fare paragoni con Lena Dunham e quel gioiellino che era lo spot sul primo voto, sul perdere la verginità con Barack Obama. Come se lì non ci fosse stata solo una telecamera, e davanti una ragazza con idee, tono, voce e identità.
La verità è che fare uno spot brutto costa quanto farne uno bello. La verità è che la differenza sta nel saperlo fare. La verità è che le buone intenzioni non contano, se non per lastricare strade infernali che ti sciupano i tacchi.
Gira in questi giorni un vecchio pezzetto di un’intervista della Thatcher alla tv svedese: le chiedevano di alzarsi in piedi e saltare, lo fanno tutti i nostri ospiti, «l’ha fatto Gorbaciov». Lei spiegava garbatamente che non vedeva ragione per farlo. Sorrideva e non saltava. Margaret Thatcher aveva più idea di cosa fosse sensato far filmare - quindi: più senso dello spettacolo - di quell’assemblea di istituto che ci ostiniamo a chiamare cinema italiano.
È ora di scusarsi. Io comincerò da quelli che fecero lo spot sul tetto, quello in cui smacchiavano il giaguaro: perdonatemi, per aver pensato che non fosse possibile far di peggio.
@lasoncini