Il verdetto è arrivato pochi giorni fa. Secondo la Corte di cassazione francese, un profilo facebook non è un luogo pubblico come la televisione o qualunque altro mass media. Ecco perché le opinioni, i commenti, i giudizi - e talvolta anche gli insulti - che vengono pubblicati in bacheca non sono suscettibili di portare l’autore davanti a un tribunale per diffamazione. Per la Cour de Cassation, che doveva esprimersi sul caso di una donna che, su facebook, aveva scritto che le sarebbe piaciuto assistere allo «sterminio di tutte le direttrici come la sua», non si può rimproverare all’impiegata di aver pubblicamente ingiuriato il proprio datore di lavoro; la bacheca di FB è un luogo privato cui solo gli “amici” possono, almeno in teoria, avere accesso.
Per Anthony Benn, avvocato specializzato in diritto dei social network, la decisione è epocale e farà senz’altro giurisprudenza, visto che negli ultimi anni alcuni di coloro che avevano osato criticare i propri datori di lavoro erano stati licenziati con il beneplacito della giustizia - sempre in Francia, nel 2010, il Tribunale di Boulogne-Billancourt aveva giudicato legale il licenziamento di tre dipendenti che avevano criticato su facebook i propri superiori gerarchici, dal momento che facebook «è un social network aperto, uno spazio di espressione pubblica e planetaria».
Allora sfera pubblica o sfera privata? Come si possono oggi delimitare i contorni del privato? Che un Tribunale decida di dare ragione ai datori di lavoro che licenziano un impiegato solo perché quest’ultimo si è permesso di criticarli su facebook è senz’altro problematico, visto che nonostante tutte le riserve che richiedono alcuni lavori, dovrebbe essere sacrosanta la possibilità di emettere giudizi critici. Ma da qui ad immaginare che FB sia uno spazio privato solo perché esistono “amici” e “contatti” virtuali, c’è una bella differenza. Ormai lo sappiamo tutti che, oltre agli amici, ci sono poi sempre gli amici degli amici e che, quando si pubblica qualcosa, è raro che nessun altro lo condivida sul proprio profilo. Anzi, quando si scrive qualcosa, è proprio allo scopo di condividerlo con il maggior numero possibile delle persone.
Con questo non voglio assolutamente dire che non si abbia il diritto di avere opinioni divergenti, di scrivere su Facebook quello che si pensa, talvolta anche di criticare ferocemente qualcuno. Voglio solo dire che, anche sui social network, ci si dovrebbe assumere le conseguenze di quello che si fa. Esattamente come nella vita. Invece di illudersi che, su facebook o su twitter, le parole smettano di avere un senso o di "agire". Le parole fanno, sempre. Soprattutto quando l’importanza che hanno sembra aumentare o diminuire a seconda del numero di "mi piace" che ci si mette accanto.
Twitter: @MichelaMarzano
Per Anthony Benn, avvocato specializzato in diritto dei social network, la decisione è epocale e farà senz’altro giurisprudenza, visto che negli ultimi anni alcuni di coloro che avevano osato criticare i propri datori di lavoro erano stati licenziati con il beneplacito della giustizia - sempre in Francia, nel 2010, il Tribunale di Boulogne-Billancourt aveva giudicato legale il licenziamento di tre dipendenti che avevano criticato su facebook i propri superiori gerarchici, dal momento che facebook «è un social network aperto, uno spazio di espressione pubblica e planetaria».
Allora sfera pubblica o sfera privata? Come si possono oggi delimitare i contorni del privato? Che un Tribunale decida di dare ragione ai datori di lavoro che licenziano un impiegato solo perché quest’ultimo si è permesso di criticarli su facebook è senz’altro problematico, visto che nonostante tutte le riserve che richiedono alcuni lavori, dovrebbe essere sacrosanta la possibilità di emettere giudizi critici. Ma da qui ad immaginare che FB sia uno spazio privato solo perché esistono “amici” e “contatti” virtuali, c’è una bella differenza. Ormai lo sappiamo tutti che, oltre agli amici, ci sono poi sempre gli amici degli amici e che, quando si pubblica qualcosa, è raro che nessun altro lo condivida sul proprio profilo. Anzi, quando si scrive qualcosa, è proprio allo scopo di condividerlo con il maggior numero possibile delle persone.
Con questo non voglio assolutamente dire che non si abbia il diritto di avere opinioni divergenti, di scrivere su Facebook quello che si pensa, talvolta anche di criticare ferocemente qualcuno. Voglio solo dire che, anche sui social network, ci si dovrebbe assumere le conseguenze di quello che si fa. Esattamente come nella vita. Invece di illudersi che, su facebook o su twitter, le parole smettano di avere un senso o di "agire". Le parole fanno, sempre. Soprattutto quando l’importanza che hanno sembra aumentare o diminuire a seconda del numero di "mi piace" che ci si mette accanto.
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