Parla con lei

Il sottile piacere del senso di colpa

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Se avete amici che non guardano la tv, promettete loro che dopo l'estate organizzerete una cena. Preferibilmente di martedì, perché Floris lo faceva prima e guardare l'originale è sempre meglio. All'inizio protesteranno, quando accenderete; ma poi anche loro verranno conquistati dall'ormai dilagante format interno ai talk, quei cinque minuti che gli affezionati chiamano "i poveri che sono poveri".

Il concetto su cui si sviluppa il servizio è "venite a guardare quanto sono poveri i poveri e ricchi i ricchi: non è strabiliante?". Esso si compone di norma di una famiglia che fa la spesa al discount (il tonno non di marca come segno definitivo della crisi), contrapposta a qualche comparsa, rubata a un set dei Vanzina, intervistata sulla soglia di una gioielleria o di una concessionaria di auto di lusso (il soggetto è in genere abbastanza tonno - di marca, ma pur sempre tonno - da rispondere alla domanda "Quanto ha speso?"; sorpresona, ha in genere speso tanto: non ci crederete, ma le decappottabili costano più del tonno).

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Ormai dilagante in tutti i talk-show, il servizio sui poveri che sono poveri è quel che gli americani chiamano un guilty pleasure: una schifezza di cui non riusciamo a fare a meno. Nelle serate lasciate vuote dalle ferie dei talk, invece di provare a disintossicarvi recuperate Signore e signori, buonasera.

Non solo potrete poi fare la morale al fatto che in un film del 1976 ci fosse già tutta la tv contemporanea: potrete soprattutto vedere Il Personaggio del giorno, ovvero il primo povero che è povero, ovvero Ugo
Tognazzi che passava i suoi nove minuti a spiegare a un antenato di inviato di Floris come si vivesse con trentaduemila lire al mese.

La sua povertà si misurava col pane, la cui misura si riduceva di cinque centimetri a fronte delle stesse cento lire. Dentro, duecento lire di mortadella: il tonno era un lusso che sarebbe arrivato con la tv a colori.
@lasoncini