Parla con lei

La donna soldato non fa la differenza

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Venerdì scorso il Parlamento norvegese ha deciso di rendere obbligatorio anche per le donne il servizio militare, giustificando le proprie posizioni in base al principio secondo il quale anche l'attività militare sarebbe "sessualmente neutra".

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"È una giornata storica", ha dichiarato trionfante il Ministro della Difesa Anne-Grete Stroem-Erichsen. "Sono felice che accada proprio adesso, nella settimana durante la quale stiamo festeggiando il centesimo anniversario del riconoscimento per tutte le donne del diritto di voto".

Ma c'è veramente bisogno, per promuovere l'uguaglianza tra gli uomini e le donne, di affermare la neutralità di genere di ogni azione? Non si rischia, nel nome della parità dei sessi, di cancellare ogni differenza? La Norvegia è fiera della propria posizione, nonostante sembri in contraddizione con quanto accade nel resto dell'Europa. Proprio mentre gli altri Stati cercano di ridurre le spese militari, Oslo decide di aumentare le proprie dell'8%.
Proprio mentre in Germania e in Svezia si abbandona l'idea di un servizio militare obbligatorio per percorrere la strada del professionalismo, in Svezia si vota per estendere anche alle donne l'obbligatorietà del servizio militare. In nome dell'uguaglianza di genere, certo. Per evitare che determinate attività restino una prerogativa maschile, a differenza di altre che sembrano invece prevalentemente femminili. Ma allora perché limitarsi a costringere le donne al servizio militare, invece di spingere gli uomini ad impegnarsi almeno quanto le donne nelle attività di "cura delle persone"?

Non sono sicura che il modo migliore per raggiungere l'uguaglianza sia quello di omologare i comportamenti delle persone, sulla base di una presunta "neutralità dell'agire". La nostra differenza ce la portiamo dietro tutti, e non c'è probabilmente bisogno di negarla per promuovere pari diritti e pari dignità. Con questo non voglio affatto dire che esista un modo "femminile" o "maschile" di comportarsi o di agire. Quando si parla, ci si muove, si argomenta, si agisce, ognuno lo fa in modo diverso e specifico. E tante volte si trovano maggiore sensibilità e maggiore dolcezza (caratteristiche che tradizionalmente "femminili") in alcuni uomini, piuttosto che in tante donne.

Quello che voglio dire è solo che, a forza di utilizzare l'argomento della neutralità, si rischia solo di attribuire alle differenze la responsabilità di disuguaglianze che con le differenze c'entrano poco.

L'uguaglianza vera, quella per cui molte donne si battono da tanto, non è proprio l'uguaglianza nella differenza, quell'uguaglianza nonostante le differenze o, per dirla ancora meglio, l'uguaglianza grazie alle differenze?

La femminista Audre Lorde, all'inizio degli anni Novanta, lo spiegava in modo egregio valorizzando la "casa delle differenze". Per questa "poetessa, guerriera, madre, nera, lesbica", come lei stessa si definiva, era importante essere dalla parte delle donne, ma non era sufficiente. Era importante essere dalla parte delle donne nere, ma non era sufficiente. Era importante essere dalla parte delle donne lesbiche, ma non era sufficiente. Per Audre Lorde, la battaglia per l'uguaglianza poteva essere vinta solo stando dalla parte di tutte le differenze.
Twitter: @MichelaMarzano