di FRANCESCA CAFERRI
Doveva essere l'inizio del trionfo, si è rivelata una paurosa premonizione: gli scontri che in questi giorni hanno accompagnato le partite della Confederations Cup in Brasile sono la prima grande sfida lanciata alla presidente della più grande economia dell'America Latina, Dilma Rousseff, la delfina del popolarissimo presidente Lula, del quale ha preso il posto sulla poltrona più importante del Paese nel 2010.
Da Lula, Dilma aveva ereditato una nazione in crescita, avviata verso la strada che porta fuori dalla povertà e proiettata sulla scena internazionale da una serie di appuntamenti chiave: la Confederations Cup, per iniziare, ma soprattutto, dopo, i Mondiali di calcio e le Olimpiadi, a due anni di distanza l'uno dall'altra. Un palcoscenico prestigioso, che il Brasile negli ultimi anni ha fatto di tutto per abbellire, compreso cacciare gli abitanti delle favelas per fare spazio a nuovi e faraonici progetti. Un palcoscenico che oggi rischia di crollare prima ancora di essere messo a punto.
Da giorni ormai il Brasile è scosso dalle proteste: iniziate per dire "no" all'aumento del prezzo dei biglietti dei bus, si sono allargate fino a diventare un movimento che contesta l'intero modello brasiliano, il modo in cui il Paese è cresciuto e il posto che sogna di prendere nel futuro dell'America Latina. Inevitabilmente, la patata bollente è nelle mani di colei che per tutta la vita si è dichiarata dalla parte degli ultimi: Dilma, figlia della borghesia agiata, sin da giovane scelse la resistenza contro la dittatura, sposando la lotta armata, predicando la proprietà condivisa e rischiando per queste idee, fino ad essere arrestata e torturata. La paladina degli ultimi oggi si ritrova a difendere gli interessi dei giganti del calcio e della tv mondiale: promette riforme e più spazio per le richieste della gente, ma è difficile sapere come uscirà da questa battaglia.
Twitter: @francescacaferr
Doveva essere l'inizio del trionfo, si è rivelata una paurosa premonizione: gli scontri che in questi giorni hanno accompagnato le partite della Confederations Cup in Brasile sono la prima grande sfida lanciata alla presidente della più grande economia dell'America Latina, Dilma Rousseff, la delfina del popolarissimo presidente Lula, del quale ha preso il posto sulla poltrona più importante del Paese nel 2010.
Da Lula, Dilma aveva ereditato una nazione in crescita, avviata verso la strada che porta fuori dalla povertà e proiettata sulla scena internazionale da una serie di appuntamenti chiave: la Confederations Cup, per iniziare, ma soprattutto, dopo, i Mondiali di calcio e le Olimpiadi, a due anni di distanza l'uno dall'altra. Un palcoscenico prestigioso, che il Brasile negli ultimi anni ha fatto di tutto per abbellire, compreso cacciare gli abitanti delle favelas per fare spazio a nuovi e faraonici progetti. Un palcoscenico che oggi rischia di crollare prima ancora di essere messo a punto.
Da giorni ormai il Brasile è scosso dalle proteste: iniziate per dire "no" all'aumento del prezzo dei biglietti dei bus, si sono allargate fino a diventare un movimento che contesta l'intero modello brasiliano, il modo in cui il Paese è cresciuto e il posto che sogna di prendere nel futuro dell'America Latina. Inevitabilmente, la patata bollente è nelle mani di colei che per tutta la vita si è dichiarata dalla parte degli ultimi: Dilma, figlia della borghesia agiata, sin da giovane scelse la resistenza contro la dittatura, sposando la lotta armata, predicando la proprietà condivisa e rischiando per queste idee, fino ad essere arrestata e torturata. La paladina degli ultimi oggi si ritrova a difendere gli interessi dei giganti del calcio e della tv mondiale: promette riforme e più spazio per le richieste della gente, ma è difficile sapere come uscirà da questa battaglia.
Twitter: @francescacaferr