Parla con lei

Il paternalismo non serve alle donne

di MICHELA MARZANO

2 minuti di lettura
La protezione delle vittime è uno dei princìpi cardine di ogni democrazia. Ecco perché, di fronte alla piaga contemporanea delle violenze contro le donne, è compito dello Stato adottare tutte le misure necessarie per contrastare il fenomeno, punendo i colpevoli, proteggendo le vittime, e prevenendo il dilagare della violenza. Ma si può confondere la necessaria protezione di chi subisce stalking e violenza con il morboso paternalismo di chi, in nome della protezione, pretende di difendere le donne anche da loro stesse?

È questo il cuore del dibattito che la settimana scorsa ha agitato le coscienze in Parlamento, quando si è trattato di discutere dell'irrevocabilità della querela. Questa misura, difesa ad oltranza dal governo, prevede l'impossibilità di ritirare la querela nel caso di "stalking aggravato" e la necessità, in tutti gli altri casi, di ritirarla solo di fronte ad un giudice. Le donne infatti, secondo questa visione, avrebbero troppo spesso tendenza a lasciarsi influenzare da chi le minaccia o consiglia di ritirare la querela. Ecco perché le si dovrebbe "proteggere da se stesse e dalla loro fragilità", come ha argomentato in aula la presidente Ferranti. Di fronte all'urgenza del problema, meglio vale una buona dose di paternalismo che illudersi che l'educazione e la cultura possano pian piano permettere alle donne di autodeterminarsi.

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Peccato che nel frattempo la quasi totalità delle associazioni che seguono le donne vittime della violenza abbiano manifestato grande preoccupazione di fronte a questo tipo di misure, argomentando che l'irrevocabilità dissuaderebbe automaticamente le donne a sporgere querela, e quindi le spingerebbe a sopportare in silenzio stalking e maltrattamento. Peccato che il problema della violenza di genere non sia solo un fenomeno urgente, ma anche e soprattutto un problema strutturale dell'epoca contemporanea. Peccato, last but not least, che per proteggere le donne dalla violenza sia necessario affrontare di petto il problema delle relazioni interpersonali, promuovendo non solo la cultura del rispetto, ma anche le idee di autonomia e di autodeterminazione individuale.

Fino a quando una donna crescerà convinta che il proprio valore dipende dallo sguardo che gli uomini portano su di lei o dai giudizi che piovono sul proprio comportamento, non saprà che la dipendenza che la lega a un uomo è la dipendenza che ci lega tutti ai nostri simili, e che dipendere non vuol dire assoggettarsi, e che l'assoggettamento rende schiavi. Ogni essere umano aspira infatti alla libertà e all'autonomia. Ma chi non ha mai conosciuto la libertà, come ci insegna Etienne de la Boétie, come fa a capire che la propria condizione di schiavitù non è il frutto della necessità o della natura ma solo quello della dominazione violenta e ingiustificata altrui? Chi viene considerato incapace di difendersi da solo, e quindi bisognoso che lo Stato ne gestisca l'autonomia, come potrà mai imparare a liberarsi dall'assoggettamento?

Il dibattito cui si è assistito in aula venerdì scorso è stato uno scontro tra due visioni alternative dell'essere umano: quella che predilige il paternalismo e l'infantilizzazione delle vittime, e quella che, in nome dell'autonomia, riconosce alle donne maltrattate lo statuto di vittime, ma crede anche che il solo modo per liberarle dalla paura e dalla violenza sia quello di credere nella loro capacità di autodeterminarsi. Peccato che poi, al momento del voto, il dibattito sia stato soffocato dalla triste logica della realpolitik e che, per non mettere il governo in minoranza, tante persone si siano piegate alla logica del paternalismo.
Twitter: @MichelaMarzano
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