Papa Francesco continua a stupirci. E a rimettere in discussione stereotipi e certezze che, per troppo tempo, hanno permesso a molti di difendere discriminazioni e intolleranza in nome del Vangelo. Ecco allora che, dopo aver riaperto le braccia della Chiesa agli omosessuali e ai divorziati, si rivolge con attenzione e rispetto anche alle donne, criticando le condizioni di servitù in cui, talvolta, si trovano a vivere: "Soffro, dico la verità, quando vedo nella Chiesa o in alcune organizzazioni ecclesiali che il ruolo di servizio della donna, che tutti noi dobbiamo avere, scivola verso un ruolo di servitù. [...] A me piace pensare che la Chiesa non è "il Chiesa": è donna e madre". Se "Dio affida alla donna l'essere umano", è perché la donna ha la capacità di aiutarci a "comprendere la misericordia, la tenerezza e l'amore che Dio ha per noi".
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È con queste parole che Papa Francesco ha accolto sabato scorso i partecipanti al seminario "Dio affida l'essere umano alla donna", promosso dal Pontificio Consiglio per i Laici in occasione del venticinquesimo anniversario della Mulieris Dignitatem, la lettera apostolica pubblicata nel 1988 da Giovanni Paolo II. Anche per Francesco, la maternità resta una delle caratteristiche principali delle donne: nonostante le evoluzioni socio-culturali, è la donna che ha la capacità biologica e genetica di concepire e di portare in grembo i figli. Ma questo non significa affatto che la maternità debba trasformarsi in una prigione, o limitare la libertà di azione delle donne.
Se è un errore, in nome dell'uguaglianza, cancellare ogni differenza di genere, è altrettanto pericoloso "ridurre la maternità ad un ruolo sociale, ad un compito che, anche se nobile, di fatto mette in disparte la donna con le sue potenzialità, non la valorizza completamente nella costruzione della comunità". La maternità come disposizione all'accoglienza, dunque, e non come destino. Anche se non è affatto facile - come sa bene ogni madre - conciliare la vita privata con la vita professionale, l'accoglienza dell'altro con il clima di rivalità e di competizione che caratterizza il mondo del lavoro. E poi che dire di tutte quelle donne che, per scelta o per sventura, madri non saranno mai? È veramente necessario passare attraverso la maternità per capire cosa sia l'accoglienza e la tenerezza?
Papa Francesco continua a stupirci. Ma forse, sul tema della femminilità, c'è ancora molta strada da fare. Perché non credo che l'emancipazione comporti per forza "occupare gli spazi sottratti dal maschile" come spiega sempre il Papa. Gli spazi della vita non hanno (o almeno non dovrebbero avere) né sesso, né genere. E se il maschile li ha occupati per millenni, non è certo perché gli uomini fossero biologicamente o geneticamente programmati per farlo. Essere madre è sicuramente una delle avventure più meravigliose che ci siano. Ma la capacità di accoglienza di una madre (quando c'è, perché talvolta è anche assente) non dovrebbe mai farci perdere di vista il fatto che anche i padri dovrebbero poter essere accoglienti per permettere ai figli di crescere in maniera equilibrata e diventare autonomi. Esattamente come occupare lo spazio pubblico - come hanno fatto per secoli gli uomini - non implica (o non dovrebbe implicare) né un deficit di tenerezza, né una mancanza di "sensibilità per le cose di Dio".
Twitter: @MichelaMarzano
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È con queste parole che Papa Francesco ha accolto sabato scorso i partecipanti al seminario "Dio affida l'essere umano alla donna", promosso dal Pontificio Consiglio per i Laici in occasione del venticinquesimo anniversario della Mulieris Dignitatem, la lettera apostolica pubblicata nel 1988 da Giovanni Paolo II. Anche per Francesco, la maternità resta una delle caratteristiche principali delle donne: nonostante le evoluzioni socio-culturali, è la donna che ha la capacità biologica e genetica di concepire e di portare in grembo i figli. Ma questo non significa affatto che la maternità debba trasformarsi in una prigione, o limitare la libertà di azione delle donne.
Se è un errore, in nome dell'uguaglianza, cancellare ogni differenza di genere, è altrettanto pericoloso "ridurre la maternità ad un ruolo sociale, ad un compito che, anche se nobile, di fatto mette in disparte la donna con le sue potenzialità, non la valorizza completamente nella costruzione della comunità". La maternità come disposizione all'accoglienza, dunque, e non come destino. Anche se non è affatto facile - come sa bene ogni madre - conciliare la vita privata con la vita professionale, l'accoglienza dell'altro con il clima di rivalità e di competizione che caratterizza il mondo del lavoro. E poi che dire di tutte quelle donne che, per scelta o per sventura, madri non saranno mai? È veramente necessario passare attraverso la maternità per capire cosa sia l'accoglienza e la tenerezza?
Papa Francesco continua a stupirci. Ma forse, sul tema della femminilità, c'è ancora molta strada da fare. Perché non credo che l'emancipazione comporti per forza "occupare gli spazi sottratti dal maschile" come spiega sempre il Papa. Gli spazi della vita non hanno (o almeno non dovrebbero avere) né sesso, né genere. E se il maschile li ha occupati per millenni, non è certo perché gli uomini fossero biologicamente o geneticamente programmati per farlo. Essere madre è sicuramente una delle avventure più meravigliose che ci siano. Ma la capacità di accoglienza di una madre (quando c'è, perché talvolta è anche assente) non dovrebbe mai farci perdere di vista il fatto che anche i padri dovrebbero poter essere accoglienti per permettere ai figli di crescere in maniera equilibrata e diventare autonomi. Esattamente come occupare lo spazio pubblico - come hanno fatto per secoli gli uomini - non implica (o non dovrebbe implicare) né un deficit di tenerezza, né una mancanza di "sensibilità per le cose di Dio".
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