È giusto permettere ai figli adottivi di conoscere l’identità dei propri genitori biologici? Per la legge italiana, il problema non si pone nemmeno: una donna che decide di abbandonare il figlio deve avere il diritto di non essere identificata; solo garantendo l’anonimato, infatti, si può talvolta evitare che la donna decida di interrompere una gravidanza non desiderata.
La Corte di Cassazione, però, non sembra più essere d’accordo con la ratio della legge. E come già fatto più volte negli ultimi anni - basti pensare alla questione dell’inseminazione artificiale - interviene adesso per mostrare i limiti di queste norme, stabilendo che l’irreversibilità del segreto sull’identità della madre biologica dovrebbe essere rimossa.
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In una sentenza depositata il 22 novembre scorso, la Consulta ha deciso di dar ragione ad una donna di cinquant’anni che, dopo aver scoperto di essere stata adottata, si era rivolta al Tribunale di Catanzaro: il fatto di non conoscere i precedenti familiari dei genitori biologici le avrebbe causato danni e condizionamenti di varia natura.
La questione dell’accesso alle origini è estremamente complessa e suscita da anni dibattiti violenti. Da un lato, ci sono tutti coloro che difendono il diritto all’anonimato delle donne, spiegando che dietro la richiesta di alcuni figli di cancellare il segreto ci sarebbero solo conflitti irrisolti con la famiglia adottiva. Dall’altro, ci sono coloro che, in nome della trasparenza, spiegano che ogni persona avrebbe il diritto di conoscere le proprie origini, non solo nel caso dell’adozione, ma anche nel caso dell’inseminazione eterologa.
Come spesso accade, però, nessuna posizione radicale riesce veramente a rendere conto della complessità della questione. Perché, in fondo, non si tratta né di contrapporre i diritti delle donne ai diritti dei figli, né di banalizzare il rapporto che ognuno di noi stabilisce con il proprio passato e la storia della propria famiglia. Nel caso dell’adozione, il problema non è tanto quello delle origini biologiche dei figli, ma quello del segreto dell’abbandono. Chi cerca di conoscere il nome della madre biologica, cerca soprattutto di trovare una risposta ai molteplici perché che lo tormentano, indipendentemente dal rapporto che ha poi stabilito con la famiglia adottiva: Perché sono stato abbandonato? Perché mia madre non mi ha tenuto con sé? Perché proprio io?
L'INDICE DI PARLA CON LEI
Il dramma dell’adozione non è tanto l’assenza di legami genetici con i genitori adottivi. I nostri genitori sono coloro che si occupano di noi quando siamo piccoli, che ci nutrono e ci danno gli strumenti per crescere, che ci amano e talvolta ci deludono. Forse sarebbe opportuno finirla una volta per tutte con la sacralità della biologia e della genetica che porta poi a idealizzare i “legami di sangue”, e i “rapporti naturali”.
Ciò che i bambini adottati avrebbero il diritto di conoscere, è un pezzo della loro storia, quella cui non possono avere accesso se non sanno chi li ha messi al mondo e perché sono stati abbandonati. Certo, anche le donne devono poter avere il diritto di vivere la propria vita dopo quell’abbandono. Non si tratta affatto di “imprigionarle” al loro passato, né di giudicarle per quello che hanno fatto. Ma quando un essere umano nasce e lo si abbandona, perché negargli anche la possibilità di chiedere un giorno ai genitori il perché di quell’abbandono?
Twitter: @MichelaMarzano
La Corte di Cassazione, però, non sembra più essere d’accordo con la ratio della legge. E come già fatto più volte negli ultimi anni - basti pensare alla questione dell’inseminazione artificiale - interviene adesso per mostrare i limiti di queste norme, stabilendo che l’irreversibilità del segreto sull’identità della madre biologica dovrebbe essere rimossa.
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In una sentenza depositata il 22 novembre scorso, la Consulta ha deciso di dar ragione ad una donna di cinquant’anni che, dopo aver scoperto di essere stata adottata, si era rivolta al Tribunale di Catanzaro: il fatto di non conoscere i precedenti familiari dei genitori biologici le avrebbe causato danni e condizionamenti di varia natura.
La questione dell’accesso alle origini è estremamente complessa e suscita da anni dibattiti violenti. Da un lato, ci sono tutti coloro che difendono il diritto all’anonimato delle donne, spiegando che dietro la richiesta di alcuni figli di cancellare il segreto ci sarebbero solo conflitti irrisolti con la famiglia adottiva. Dall’altro, ci sono coloro che, in nome della trasparenza, spiegano che ogni persona avrebbe il diritto di conoscere le proprie origini, non solo nel caso dell’adozione, ma anche nel caso dell’inseminazione eterologa.
Come spesso accade, però, nessuna posizione radicale riesce veramente a rendere conto della complessità della questione. Perché, in fondo, non si tratta né di contrapporre i diritti delle donne ai diritti dei figli, né di banalizzare il rapporto che ognuno di noi stabilisce con il proprio passato e la storia della propria famiglia. Nel caso dell’adozione, il problema non è tanto quello delle origini biologiche dei figli, ma quello del segreto dell’abbandono. Chi cerca di conoscere il nome della madre biologica, cerca soprattutto di trovare una risposta ai molteplici perché che lo tormentano, indipendentemente dal rapporto che ha poi stabilito con la famiglia adottiva: Perché sono stato abbandonato? Perché mia madre non mi ha tenuto con sé? Perché proprio io?
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Il dramma dell’adozione non è tanto l’assenza di legami genetici con i genitori adottivi. I nostri genitori sono coloro che si occupano di noi quando siamo piccoli, che ci nutrono e ci danno gli strumenti per crescere, che ci amano e talvolta ci deludono. Forse sarebbe opportuno finirla una volta per tutte con la sacralità della biologia e della genetica che porta poi a idealizzare i “legami di sangue”, e i “rapporti naturali”.
Ciò che i bambini adottati avrebbero il diritto di conoscere, è un pezzo della loro storia, quella cui non possono avere accesso se non sanno chi li ha messi al mondo e perché sono stati abbandonati. Certo, anche le donne devono poter avere il diritto di vivere la propria vita dopo quell’abbandono. Non si tratta affatto di “imprigionarle” al loro passato, né di giudicarle per quello che hanno fatto. Ma quando un essere umano nasce e lo si abbandona, perché negargli anche la possibilità di chiedere un giorno ai genitori il perché di quell’abbandono?
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