Le vite degli altri. Chissà se sono io che sto invecchiando - e quindi mi trovo meglio a ricordare che non a inseguire le sgroppate dell'immaginazione - o se è vero quello che mi appare: la letteratura di questi anni prende fiato nel raccontare le vite degli altri. Penso ad alcuni libri in particolare: la biografia di Oriana Fallaci, scritta da Cristina de Stefano (Rizzoli). Seria, commuovente, intelligente. Open, la storia di Agassi per mano di quel grandissimo di J. R. Moehringer. La trilogia di Hillary Mantel, sull'ascesa al potere di Thomas Cromwell nella corte di Enrico VIII, del quale aspettiamo affamati il terzo volume (Wolf Hall e Anna Bolena sono i primi due, pubblicati entrambi da Fazi).
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La casa editrice Castelvecchi ha una collana dedicata alle biografie, Mattioli 1885 ha appena pubblicato la vita di Jack London raccontata da Daniel Dyer e quella del cavallo di Buffalo Bill di Mark Twain, per Bompiani è uscito Anna Magnani, di Matilde Hochkofler, che contiene ricordi del figlio mai letti finora.
Se è un segno - anche da noi si comincerebbe ad apprezzare questo genere letterario - è che non sono solo io a invecchiare (a diventare adulta, va...) ma tutti noi. Intendo noi italiani. Non voglio dire che sia bene o male, ma la biografia è una lettura posata, uno sguardo all'indietro. L'invenzione è fanciulla, la riflessione è dei grandi, più o meno.
E un'altra cosa: la maggior parte dei biografi sono donne. Anche questo forse è un segno, ma non sarò certo io a dire che segno è.
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