Parla con lei

Non è sempre una questione di geni

di MICHELA MARZANO

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Secondo alcuni psicologi del King's College di Londra, i risultati scolastici ottenuti dai bambini e dai ragazzi dipenderebbero in misura considerevole dal patrimonio genetico: sarebbe il Dna a determinare la bravura degli studenti, molto più di quanto si pensasse e indipendentemente dalla scuola che si frequenta o dalla famiglia di provenienza. Per arrivare a questi risultati, i ricercatori inglesi si sono concentrati su alcune coppie di gemelli: condividendo scuola e famiglia, i diversi risultati scolastici dipenderebbero automaticamente dalle differenze genetiche. Si riapre così un antico dibattito. Se il Dna influenza il nostro comportamento e il nostro destino sociale, a che cosa servirebbe mai la cultura, l'educazione e gli sforzi che si possono compiere? Non siamo tutti determinati fin dalla nascita?

Da quando, nel 1953, James Watson e Francis Crick scoprirono la struttura a doppia elica del Dna, sono state numerosissime le ricerche sui geni al fine di determinare non solo l'origine di molte caratteristiche fisiche, ma anche di tanti comportamenti umani. Nel 1995, lo statunitense David Ross pretende che persino la fiducia in se stessi possa essere trasmessa per via ereditaria. L'anno seguente, altri ricercatori annunciano di aver scoperto il fondamento genetico del desiderio di novità, del bisogno di sensazioni forti e dell'eccitabilità. E così via di seguito: il gene dell'alcolismo, il gene del tradimento, il gene dell'omosessualità... Fino a quest'ultima scoperta rivoluzionaria: l'ereditarietà dei voti scolastici. Allora perché studiare e impegnarsi? Perché sforzarsi di cambiare il proprio destino? La libertà sarebbe solo una chimera?

Ormai lo sappiamo bene. La relazione che intercorre tra geni e carattere è di una tale complessità che ogniqualvolta si impieghi l'espressione "il gene di..." si rischia di negare l'importanza fondamentale di quello che i filosofi e gli psicologi chiamano il contesto fenomenologico, ossia la rete di relazioni, sentimenti, riconoscimenti e frustrazioni che ci accompagnano durante tutta la nostra vita. Certo, il Dna ci influenza; e ognuno di noi si porta dietro un patrimonio genetico particolare che determina, ad esempio, il colore della pelle, i tratti del viso, l'altezza, alcuni aspetti del nostro carattere. Quello che però diventiamo pian piano, grazie all'educazione, all'affetto e alla cultura, dipende molto poco da questo patrimonio genetico. Anche perché l'intelligenza e i talenti non servono a molto quando non li si coltiva e non ci si sforza di utilizzarli, coltivarli, trasformarli. "Fare qualcosa" di "quello che si ha" e di "quello che si è". Ma anche di quello che "non si ha" e di quello che "non si è". Perché la vita è anche questo: imparare a convivere con le proprie forze e con le proprie debolezze, sapendo che siamo tutti diversi gli uni dagli altri.

La scuola e la famiglia, da questo punto di vista, hanno un ruolo assolutamente centrale. Spetta, infatti, ai genitori e agli insegnanti riconoscere le persone per quello che sono - senza volerle differenti o imporre loro degli schemi e dei modelli che non corrispondono a chi si ha di fronte - dando però a ciascuno gli strumenti necessari per poi affrontare l'esistenza e perseguire un proprio progetto di vita. Gli sguardi che si posano su noi, fin dalla più tenera infanzia, possono confortarci o brutalizzarci, incoraggiarci o frustrarci, metterci in condizione di credere in noi stessi o renderci insicuri e pieni di paure. Dimenticare o banalizzare il ruolo dell'ambiente che ci circonda significa dimenticare o banalizzare tutto ciò che poi permette (ma talvolta anche impedisce) di diventare attori della propria vita. Anche quando la vita ci ferisce e ci costringe a cercare strategie alternative per affermare la nostra soggettività e perseguire i nostri desideri.
Twitter: @MichelaMarzano