Il mondo della cultura (qualunque cosa esso sia) ha molte gravi preoccupazioni, dalla prossima conduzione di Per un pugno di libri (affidata a Geppi Cucciari) ai barbari di Masterpiece. Quest'ultima è meno urgente da quando l'Auditel ha certificato che il concorso letterario di Rai 3 lo guardano solo i parenti dei concorrenti: domenica scorsa è arrivato al 2 per cento. Il guaio sono gli altri (che è una citazione di Sartre: a Masterpiece l'attribuirebbero a Houellebecq). "Gli altri" in questo caso sono i giurati.
Domenica c'era l'ultima puntata delle eliminatorie: a febbraio per le finali sarebbero previste sei prime serate (sempre che Rai 3 non diventi una rete fatta solo di Fazio e Floris, gli unici i cui ascolti reggano); mi sono messa lì a contare tutto quel che i giurati sembrano non aver letto.
Parla con lei su RSera
Un concorrente ha portato un romanzo il cui protagonista è maschilista e le cui scene di sesso sono esplicite. A giudicare dai loro vibranti "solo in Italia gli scrittori si permettono", i giurati non hanno letto un'ampia gamma di romanzi: da Philip Roth alle Cinquanta sfumature di grigio.
Dalle donne si è passati agli ebrei: Andrea De Carlo ha spiegato, col tono di chi fa ipotesi di spericolata fantasia, che parimenti non potrebbe approvare un grande scrittore che scrivesse cose antisemite. Dite a quel tizio di Viaggio al termine della notte e a quell'altro di Le benevole che l'autore di Treno di panna non li ha letti ma li boccerebbe. Mannaggia.
Poi il giurato De Cataldo, che non ha letto il dizionario delle figure retoriche, ci ha spiegato che una concorrente usava molte anafore (che però erano allitterazioni). Poi la giurata Selasi ha suggerito lo spietato editing dei vezzi più cari: "You have to kill your darlings, come diceva Scott Fitzgerald" (che però era Stephen King: hanno in comune il trovarsi nella pila dei libri non letti).
L'ha fatta in inglese, la citazione sbagliata, perché la giurata di una gara tra romanzi italiani parla italiano come la turista esotica di una commedia natalizia. Nelle riunioni di autori tv a un certo punto arriva immancabile il grido "Ci serve una donna": un sonno del buonsenso che a Ballarò generò la Polverini, e qui una conoscitrice di editoria italiana che non aveva mai sentito nominare Silvia Avallone.
Twitter: @lasoncini
Domenica c'era l'ultima puntata delle eliminatorie: a febbraio per le finali sarebbero previste sei prime serate (sempre che Rai 3 non diventi una rete fatta solo di Fazio e Floris, gli unici i cui ascolti reggano); mi sono messa lì a contare tutto quel che i giurati sembrano non aver letto.
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Un concorrente ha portato un romanzo il cui protagonista è maschilista e le cui scene di sesso sono esplicite. A giudicare dai loro vibranti "solo in Italia gli scrittori si permettono", i giurati non hanno letto un'ampia gamma di romanzi: da Philip Roth alle Cinquanta sfumature di grigio.
Dalle donne si è passati agli ebrei: Andrea De Carlo ha spiegato, col tono di chi fa ipotesi di spericolata fantasia, che parimenti non potrebbe approvare un grande scrittore che scrivesse cose antisemite. Dite a quel tizio di Viaggio al termine della notte e a quell'altro di Le benevole che l'autore di Treno di panna non li ha letti ma li boccerebbe. Mannaggia.
Poi il giurato De Cataldo, che non ha letto il dizionario delle figure retoriche, ci ha spiegato che una concorrente usava molte anafore (che però erano allitterazioni). Poi la giurata Selasi ha suggerito lo spietato editing dei vezzi più cari: "You have to kill your darlings, come diceva Scott Fitzgerald" (che però era Stephen King: hanno in comune il trovarsi nella pila dei libri non letti).
L'ha fatta in inglese, la citazione sbagliata, perché la giurata di una gara tra romanzi italiani parla italiano come la turista esotica di una commedia natalizia. Nelle riunioni di autori tv a un certo punto arriva immancabile il grido "Ci serve una donna": un sonno del buonsenso che a Ballarò generò la Polverini, e qui una conoscitrice di editoria italiana che non aveva mai sentito nominare Silvia Avallone.
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