Compiti a casa sì o compiti a casa no? Sul sito di Orizzonte scuola, dedicato ai docenti e ai dirigenti scolastici, è stata recentemente riproposta una circolare del Miur del 1969 che chiede agli insegnanti di evitare di dare compiti a casa agli alunni durante il week-end. E la polemica è subito scoppiata. Nonostante il Ministero si sia immediatamente attivato per precisare che la circolare sarebbe stata superata da tempo. Nonostante la questione dei compiti a casa sia stata già inserita nel capitolo dell'autonomia scolastica, delegando così la scelta ai vari collegi dei docenti. Nonostante sia ormai chiaro da tempo che il dibattito tra rigoristi e lassisti sia, di fatto, un dialogo tra sordi.
Il problema è complesso. Da un lato, ci sono tutti coloro per i quali sarebbe solamente a scuola che bambini e adolescenti possono davvero imparare, con l'aiuto degli insegnanti e insieme ai compagni. Dall'altro, ci sono coloro che ritengono che sarebbe solo attraverso un lavoro solitario, e al di fuori della scuola, che i più piccoli possono veramente acquisire il gusto per lo studio. Da un lato, c'è chi pensa che dare compiti a casa sarebbe solo un modo per accrescere le ingiustizie sociali, perché non tutti i bambini e non tutti i ragazzi sarebbero circondati a casa da persone capaci o disposte ad accompagnarli durante il lavoro. Dall'altro, c'è chi ricorda come sia solo attraverso l'impegno personale, fatto anche di sacrifici e di rinunce, che ci si può costruire un avvenire.
Come spesso accade in questo tipo di dibattiti, però, la verità non è mai da una parte sola. E se abolire del tutto i compiti non sembra il modo migliore per preparare i giovani ad affrontare le difficoltà della vita, oberare di lavoro gli alunni e gli studenti ha talvolta effetti controproducenti: invece di appassionarsi a una determinata materia, si comincia ad odiarla e a non volere più sentirne parlare. Tanto più che la scuola è notevolmente cambiata in questi ultimi decenni e che, con il moltiplicarsi delle materie insegnate a scuola, non è sempre possibile dare compiti a casa. A meno di far finta di ignorare che il tempo dei più giovani è fin troppo pieno di cose da fare. E che i nostri giovani hanno anche diritto al tempo libero, non solo per praticare attività sportive, ma anche per divertirsi, rilassarsi, annoiarsi, non fare niente.
Il problema dei compiti a casa, non è solo una questione pedagogica. Non si tratta semplicemente di determinare con esattezza quale sia il modo per massimizzare il livello d'istruzione e i risultati scolastici. È anche, e forse soprattutto, una questione di organizzazione della vita. Tanto più che viviamo in un'epoca in cui il moltiplicarsi di attività - e la conseguente sensazione che manchi sempre il tempo per fare tutto quello che si dovrebbe o vorrebbe fare - mette chiunque a disagio. Per imparare, progredire e crescere in modo equilibrato, c'è senz'altro bisogno di concentrazione, di impegno e talvolta anche di sacrifici personali. Ma c'è anche tanto bisogno di annoiarsi, come spiega bene il pedopsichiatra D. Winnicott, che non ha mai smesso di interessarsi al benessere psichico dei più piccoli. Ossia di quel tempo impiegato a non fare nulla. Che però permette poi alla creatività e alla fantasia di svilupparsi e di aiutarci anche ad imparare meglio. Ecco perché il problema, forse, non è quello di abolire o meno i compiti a casa, ma quello di riflettere sul modo migliore per permettere ai bambini e agli adolescenti di trovare un giusto equilibrio tra lo studio e il resto della vita, l'impegno e il lasciarsi andare.
Twitter: @MichelaMarzano