Per l'Unicef, sono 250.000 i minori trascinati in guerra. Per Amnesty International, più di 300.000. Nonostante nel 2002 sia stato approvato il Protocollo alla Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza che vieta l'uso dei bambini soldati. Nonostante la ratifica del Protocollo sia stata firmata da ben 153 paesi. Nonostante ogni anno, il 13 febbraio, si celebri la giornata mondiale contro l'utilizzo dei minori in guerra. Il dramma dei bambini-soldati continua. Aumenta. Si amplifica.
Certo, non si tratta di un fenomeno nuovo. Ma mai come negli ultimi anni, ci si è resi conto delle difficoltà che si incontrano quando si cerca di contrastare questa brutale violazione dei diritti dei più piccoli. Forse perché reclutare bambine e bambini non costa praticamente nulla. Forse perché i minori sono facilmente controllabili. E anche quando inizialmente oppongono resistenza, li si riduce all'obbedienza attraverso l'uso della droga o la manipolazione. Un'infanzia rubata per sempre. Perché anche quando riescono a sopravvivere e a diventare adulti, gli ex-bambini-soldati portano con sé le cicatrici indelebili della violenza subìta e agìta. Rinnegati dalla comunità per i crimini commessi, si trascinano nelle periferie delle grandi città, oppure tornano nuovamente nelle foreste. Esseri umani mutilati, non solo fisicamente, ma anche psichicamente. Come si può d'altronde uscire dal circolo vizioso della violenza quando si è cresciuti circondati dall'odio? Come si può capire il proprio valore e quello altrui quando è la loro stessa dignità che viene violata?
"Nessuno nasce violento. Nessun bambino in Africa, in America Latina o in Asia vuole prendere parte ad una guerra" dichiara il piccolo Ihsmael Beah al Summit di Parigi Liberiamo i bambini della guerra del 2007, un ex-bambino-soldato che cerca la propria strada impegnandosi nella lotta contro l'utilizzo dei minori nelle guerre contemporanee. Ma finché il problema non verrà affrontato come il sintomo per eccellenza di un'epoca in cui i conflitti armati si alimentano anche grazie alla fine di ogni distinzione tra militari e civili, non si riuscirà a trovare una soluzione adeguata.
Come spiega bene Radhika Coomaraswamy, l'attuale rappresentante speciale per i bambini nei conflitti armati all'Onu, l'utilizzo dei minori in molte guerre è del tutto strategico: serve a scardinare gli equilibri sociali esistenti, a terrorizzare le popolazioni civili, "ad umiliare e annichilire la comunità nemica nel suo insieme".
Non si può sperare di debellare questo fenomeno, finché non si affronteranno in modo serio le condizioni socioculturali che alimentano il dramma. Povertà, ignoranza, disperazione, odio fratricida. Tutti motivi che spingono alcuni genitori a consegnare volontariamente i propri figli ai soldati. Nel tentativo disperato di salvarli. Anche quando li condannano alla rovina definitiva.
Twitter: @MichelaMarzano
Certo, non si tratta di un fenomeno nuovo. Ma mai come negli ultimi anni, ci si è resi conto delle difficoltà che si incontrano quando si cerca di contrastare questa brutale violazione dei diritti dei più piccoli. Forse perché reclutare bambine e bambini non costa praticamente nulla. Forse perché i minori sono facilmente controllabili. E anche quando inizialmente oppongono resistenza, li si riduce all'obbedienza attraverso l'uso della droga o la manipolazione. Un'infanzia rubata per sempre. Perché anche quando riescono a sopravvivere e a diventare adulti, gli ex-bambini-soldati portano con sé le cicatrici indelebili della violenza subìta e agìta. Rinnegati dalla comunità per i crimini commessi, si trascinano nelle periferie delle grandi città, oppure tornano nuovamente nelle foreste. Esseri umani mutilati, non solo fisicamente, ma anche psichicamente. Come si può d'altronde uscire dal circolo vizioso della violenza quando si è cresciuti circondati dall'odio? Come si può capire il proprio valore e quello altrui quando è la loro stessa dignità che viene violata?
"Nessuno nasce violento. Nessun bambino in Africa, in America Latina o in Asia vuole prendere parte ad una guerra" dichiara il piccolo Ihsmael Beah al Summit di Parigi Liberiamo i bambini della guerra del 2007, un ex-bambino-soldato che cerca la propria strada impegnandosi nella lotta contro l'utilizzo dei minori nelle guerre contemporanee. Ma finché il problema non verrà affrontato come il sintomo per eccellenza di un'epoca in cui i conflitti armati si alimentano anche grazie alla fine di ogni distinzione tra militari e civili, non si riuscirà a trovare una soluzione adeguata.
Come spiega bene Radhika Coomaraswamy, l'attuale rappresentante speciale per i bambini nei conflitti armati all'Onu, l'utilizzo dei minori in molte guerre è del tutto strategico: serve a scardinare gli equilibri sociali esistenti, a terrorizzare le popolazioni civili, "ad umiliare e annichilire la comunità nemica nel suo insieme".
Non si può sperare di debellare questo fenomeno, finché non si affronteranno in modo serio le condizioni socioculturali che alimentano il dramma. Povertà, ignoranza, disperazione, odio fratricida. Tutti motivi che spingono alcuni genitori a consegnare volontariamente i propri figli ai soldati. Nel tentativo disperato di salvarli. Anche quando li condannano alla rovina definitiva.
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