Il Matteo Renzi d’America si chiama Francis Underwood, detto Frank, ed è una versione anabolizzata del politico dalla carriera più veloce che l’Italia abbia mai visto.
Poiché House of Cards va in onda su Netflix, che non centellina le puntate dei telefilm una a settimana, ma una volta pronte le concede al pubblico tutte insieme, l’anno scorso in un solo giorno Underwood passò da perdente a vincente.
Il 2013 non era l’anno delle primarie, alla tv americana, ma lo schema di gioco era lo stesso: la prima stagione della serie cominciava col capogruppo democratico (mister Underwood, o dottor Renzi) che cercava invano di farsi eleggere Segretario di Stato. Solo alla fine i poveri spettatori tonti capivano che mica aveva mai voluto riuscirci: gli serviva una (apparente) sconfitta per avere un credito da riscuotere. E per guadagnarci: il posto di vicepresidente, da lui abilmente fatto divenire vacante, era suo.
Lo scorso weekend Netflix ha reso disponibile la seconda stagione: mentre qui Letta si dimetteva, lì Underwood diventava ufficialmente vicepresidente e, in un "a parte" rivolto al pubblico (i momenti in cui Kevin Spacey guarda in macchina e parla con noi sono i migliori della serie), diceva: "Sono a un soffio dalla presidenza degli Stati Uniti, e nessuno mi ha votato: quant’è sopravvalutata la democrazia".
Non poteva mica fermarsi a un soffio: per tredici puntate, mister Underwood si è finto il migliore amico del presidente che tramava di spodestare. Presidente coerentissimo ma, spiegava il renziano vice, "la gente non vota per la coerenza: vota per i progressi concreti".
Il consigliere storico del presidente diceva: "La tua hybris ti sta dando alla testa, Frank", e quello andava avanti dritto, convinto (a torto?) che l’arroganza di sfidare gli dèi sia un pregio.
La capogruppo coinvolta nelle sue trame protestava (flebilmente): "Quel che mi chiedi è a un passo dall’alto tradimento", e lui non si scomponeva: "A un passo è dov’è la politica".
Fino alla fine, Underwood respingeva i sospetti del presidente. Non con "Stai sereno" ma con "Nessun vicepresidente si è mai candidato contro un presidente in carica". Sereno quanto Letta ma più lucido, il presidente rispondeva: "Tu d’altra parte sei arrivato in cima proprio facendo cose che gli altri non avrebbero mai fatto".
Twitter: @lasoncini
Poiché House of Cards va in onda su Netflix, che non centellina le puntate dei telefilm una a settimana, ma una volta pronte le concede al pubblico tutte insieme, l’anno scorso in un solo giorno Underwood passò da perdente a vincente.
Il 2013 non era l’anno delle primarie, alla tv americana, ma lo schema di gioco era lo stesso: la prima stagione della serie cominciava col capogruppo democratico (mister Underwood, o dottor Renzi) che cercava invano di farsi eleggere Segretario di Stato. Solo alla fine i poveri spettatori tonti capivano che mica aveva mai voluto riuscirci: gli serviva una (apparente) sconfitta per avere un credito da riscuotere. E per guadagnarci: il posto di vicepresidente, da lui abilmente fatto divenire vacante, era suo.
Lo scorso weekend Netflix ha reso disponibile la seconda stagione: mentre qui Letta si dimetteva, lì Underwood diventava ufficialmente vicepresidente e, in un "a parte" rivolto al pubblico (i momenti in cui Kevin Spacey guarda in macchina e parla con noi sono i migliori della serie), diceva: "Sono a un soffio dalla presidenza degli Stati Uniti, e nessuno mi ha votato: quant’è sopravvalutata la democrazia".
Non poteva mica fermarsi a un soffio: per tredici puntate, mister Underwood si è finto il migliore amico del presidente che tramava di spodestare. Presidente coerentissimo ma, spiegava il renziano vice, "la gente non vota per la coerenza: vota per i progressi concreti".
Il consigliere storico del presidente diceva: "La tua hybris ti sta dando alla testa, Frank", e quello andava avanti dritto, convinto (a torto?) che l’arroganza di sfidare gli dèi sia un pregio.
La capogruppo coinvolta nelle sue trame protestava (flebilmente): "Quel che mi chiedi è a un passo dall’alto tradimento", e lui non si scomponeva: "A un passo è dov’è la politica".
Fino alla fine, Underwood respingeva i sospetti del presidente. Non con "Stai sereno" ma con "Nessun vicepresidente si è mai candidato contro un presidente in carica". Sereno quanto Letta ma più lucido, il presidente rispondeva: "Tu d’altra parte sei arrivato in cima proprio facendo cose che gli altri non avrebbero mai fatto".
Twitter: @lasoncini