Sono passati solo pochi giorni dall'8 marzo, e più nessuno ne parla. Ormai è così da anni. Tante celebrazioni e tanto rumore, e poi ognuno torna a occuparsi delle proprie cose. Con la coscienza a posto. Perché se ne è parlato, si è discusso, si sono fatte delle promesse. E poi? Poi, purtroppo, quasi niente. Poi, restano solo le dirette interessate che, lontano dai riflettori e dalle telecamere, devono affrontare la quotidianità senza riuscire a trovare una soluzione. Come le ventimila donne lavoratrici che, ogni anno, sono costrette a dimettersi durante la gravidanza o subito dopo la nascita di un figlio. Per non parlare di tutte le "precarie" per cui la maternità significa perdere ogni speranza che il contratto venga loro rinnovato.
Susanna Camusso, alla vigilia della Giornata internazionale della donna, aveva lanciato l'allarme. Sottolineando il bisogno di estendere a tutte le lavoratrici maggiori tutele di genere, il segretario generale della Cgil aveva parlato della necessità di ridare valore sociale alla maternità. Aveva chiesto di ripensare in modo profondo l'organizzazione della società. Aveva ribadito l'importanza di superare i fenomeni discriminatori, oggi accentuati a causa della crisi.
Ma che cosa implica concretamente tutto ciò? Che cosa manca ancora in Italia? Il problema delle donne, nel nostro Paese, è soprattutto di autodeterminazione. Si parla tanto di libertà. Ma quale libertà è mai possibile quando non si riescono a creare le condizioni attraverso le quali essa possa poi esprimersi? La principale sfida per le donne, oggi, consiste nel promuovere al tempo stesso l'uguaglianza e la libertà. È d'altronde puramente illusorio voler separare, o addirittura contrapporre, questi due concetti.
Quando si parla delle persone concrete, non c'è uguaglianza senza libertà, esattamente come non c'è libertà senza uguaglianza. Soprattutto quando per libertà non si intende solo la "libertà come non interferenza" - la famosa libertà da della tradizione filosofica liberale - ma anche la "libertà come non dominazione", ossia la libertà di della tradizione repubblicana: quella effettiva che dovrebbe permette a tutti e a tutte, e in modo egualitario, di partecipare alla "cosa pubblica".
Ecco perché la necessità di fronte alla quale ci troviamo oggi è quella di costruire pian piano una società che sia capace di offrire alle donne possibilità concrete per realizzarsi (le famose capabilities di cui parla l'economista Amartya Sen) agendo sull'integrazione e l'inclusione di tutti.
Certo, la libertà d'azione non è mai assoluta. Promuovere la libertà individuale non significa permettere a chiunque di fare sempre qualunque cosa desideri: la nostra libertà non può non essere sottoposta a determinate regole, prima fra tutte il rispetto degli altri e della loro libertà. Affinché non resti un valore astratto, però, è anche necessario organizzare le condizioni adatte al suo esercizio, prima tra le quali, appunto, l'uguaglianza. Se non si hanno gli stessi diritti che hanno gli altri e se non si ha la possibilità materiale di farli valere, non si può essere liberi né di scegliere ciò che si vuole fare né di realizzare ciò che si desidera. Attraverso la promozione dell'autodeterminazione, non si tratta di negare l'esistenza delle differenze tra gli uomini e le donne. Si tratta solo di ribadire che le differenze non implicano affatto discriminazione. Anzi. La vera uguaglianza è quella che riconosce e valorizza le differenze, senza negare a nessuno un accesso paritario ai diritti.
Twitter: @MichelaMarzano
Susanna Camusso, alla vigilia della Giornata internazionale della donna, aveva lanciato l'allarme. Sottolineando il bisogno di estendere a tutte le lavoratrici maggiori tutele di genere, il segretario generale della Cgil aveva parlato della necessità di ridare valore sociale alla maternità. Aveva chiesto di ripensare in modo profondo l'organizzazione della società. Aveva ribadito l'importanza di superare i fenomeni discriminatori, oggi accentuati a causa della crisi.
Ma che cosa implica concretamente tutto ciò? Che cosa manca ancora in Italia? Il problema delle donne, nel nostro Paese, è soprattutto di autodeterminazione. Si parla tanto di libertà. Ma quale libertà è mai possibile quando non si riescono a creare le condizioni attraverso le quali essa possa poi esprimersi? La principale sfida per le donne, oggi, consiste nel promuovere al tempo stesso l'uguaglianza e la libertà. È d'altronde puramente illusorio voler separare, o addirittura contrapporre, questi due concetti.
Quando si parla delle persone concrete, non c'è uguaglianza senza libertà, esattamente come non c'è libertà senza uguaglianza. Soprattutto quando per libertà non si intende solo la "libertà come non interferenza" - la famosa libertà da della tradizione filosofica liberale - ma anche la "libertà come non dominazione", ossia la libertà di della tradizione repubblicana: quella effettiva che dovrebbe permette a tutti e a tutte, e in modo egualitario, di partecipare alla "cosa pubblica".
Ecco perché la necessità di fronte alla quale ci troviamo oggi è quella di costruire pian piano una società che sia capace di offrire alle donne possibilità concrete per realizzarsi (le famose capabilities di cui parla l'economista Amartya Sen) agendo sull'integrazione e l'inclusione di tutti.
Certo, la libertà d'azione non è mai assoluta. Promuovere la libertà individuale non significa permettere a chiunque di fare sempre qualunque cosa desideri: la nostra libertà non può non essere sottoposta a determinate regole, prima fra tutte il rispetto degli altri e della loro libertà. Affinché non resti un valore astratto, però, è anche necessario organizzare le condizioni adatte al suo esercizio, prima tra le quali, appunto, l'uguaglianza. Se non si hanno gli stessi diritti che hanno gli altri e se non si ha la possibilità materiale di farli valere, non si può essere liberi né di scegliere ciò che si vuole fare né di realizzare ciò che si desidera. Attraverso la promozione dell'autodeterminazione, non si tratta di negare l'esistenza delle differenze tra gli uomini e le donne. Si tratta solo di ribadire che le differenze non implicano affatto discriminazione. Anzi. La vera uguaglianza è quella che riconosce e valorizza le differenze, senza negare a nessuno un accesso paritario ai diritti.
Twitter: @MichelaMarzano