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Cari politici, leggete romanzi!

di ELENA STANCANELLI

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Grazie a Libricome!
È finita ieri sera la quinta edizione della festa dei libri, all'Auditorium di Renzo Piano, a Roma. Un posto magico, tanti scrittori e scrittrici, un'atmosfera leggera e intelligente. Si è parlato di molte cose, sembrava un'Italia meno triste e lagnosa del solito. Forse ci stiamo finalmente lasciando alle spalle il piagnisteo? Speriamo.

Porto a casa Umbero Eco - ne approfitto per ringraziarlo del fatto che si è fatto ricrescere la barba - e le sue terre leggendarie raccontate con Bartezzaghi, Moresco e David Grossman (che parla un inglese esilarante, molto simile a quello di Borat) impegnati a convincerci della bellezza di camminare, Kyung-sook Shin che mi si rivolgeva in coreano con entusiamo, Chiara Valerio che si è alzata dal pubblico e ha detto lo presento io Antonio Pascale, che era rimasto orfano del suo interlocutore (ed è stata bravissima), Andrea Camilleri e l'inarrivabile bellezza delle sue bugie. Porto a casa quello che hanno detto Stefano Rodotà e Francesco Piccolo, e in particolare nell'ultima parte dell'incontro, quando parlavano di diritti.

Ha detto Rodotà che le conquiste civili non si fanno, soltanto, coi numeri. Che se avessimo conteggiato la matematica del consenso, non avremmo mai avuto le leggi sull'aborto, o sul divorzio. I diritti si ottengono "culturalmente", creando una collusione tra politica e società, trasversale ai partiti, che poggia e ha le sue ragioni su motivazioni di ordine "culturale". È così che le democrazie si sono evolute, è così che devono riprendere ad evolversi. E cultura, ha detto Rodotà, sono territori comuni, spazi di libertà, luoghi del ragionamento.

Tra questi, lo ha detto Rodotà e non io, i romanzi.
I politici devono ricominciare a leggere narrativa se vogliono capire la società e se vogliono inventarne una nuova, migliore, più comoda e accogliente per tutti.
Mi sarei alzata in piedi per dirlo io, ma, per fortuna, l'ha detto Rodotà.
Twitter: @elenastanka