Da quando al governo ci sono tante donne, uno dei temi che sembra appassionare di più i commentatori, oltre al loro modo di vestirsi o di pettinarsi, è il modo in cui chiamarle. Si deve dire ministro o ministra?
Un problema di linguaggio, quindi. Come se la questione della parità uomo/donna potesse essere risolta nel momento in cui la si smette di utilizzare alcuni termini e si comincia a parlare al femminile. Non più avvocato, ma avvocata. Non più ministro, ma ministra. Non più sindaco, ma sindaca. E così via.
Chi mi conosce, sa quanto la battaglia per l'uguaglianza e le pari opportunità di tutti sia per me fondamentale. Sono anni che mi batto affinché, indipendentemente dal sesso, dal genere o dall'orientamento sessuale, ognuno di noi possa avere accesso alla democrazia in modo ugualitario. Sono anni che lotto affinché una donna non sia esclusa o emarginata solo perché donna; non sia considerata inferiore solo perché differente; non sia esclusa dalla vita pubblica o emarginata a livello lavorativo, solo perché madre.
Chi mi conosce, però, sa anche che il politicamente corretto non mi interessa, che ho dei dubbi sull'efficacia delle quote rosa, e che non ho remore ad andare controcorrente. Come nel caso del linguaggio. Che è certamente il punto di partenza per cambiare la realtà - visto che quando si nominano le cose in modo impreciso o scorretto non si fa altro che aumentare la quantità di disordine e di sofferenza che c'è nel mondo - ma che non può nemmeno diventare un pretesto per perdere poi di vista l'essenziale, impantanandosi nei dettagli. Siamo sicuri che il problema della parità lo si risolva veramente utilizzando il termine ministra al posto di ministro? Siamo sicuri che il rispetto delle differenze si riduca ad una questione di torsione linguistica?
Anche in Francia si sta cominciando a porre lo stesso problema. Fino a qualche anno fa, quando si parlava di un professore universitario o di un ministro, si anteponeva al termine in questione un semplice Madame o Monsieur, lasciando invariato l'articolo "le" ("il") da anteporre a Professeur o Ministre. Il che permetteva di designare la funzione, indipendentemente dal sesso di chi la esercitava. Oggi, però, c'è chi insiste per aggiungere la "e" a Professeur, e per declinare l'articolo corrispondente in modo da avere Madame la Professeure o Madame la Ministre. Come se le torsioni linguistiche implicassero poi automaticamente un accesso più facile per le donne a determinate cariche.
Come ho più volte spiegato ad alcune colleghe, quella "e" aggiunta a Professeur che alcune di loro pretendono dai colleghi o dagli studenti non mi piace, non mi interessa, mi sembra ridicola. Il mio essere donna si esprime nel modo in cui affronto determinati argomenti, scelgo i temi da trattare, porto avanti le mie battaglie. Volevo essere un ordinario di filosofia e ho avuto la fortuna di diventarlo. E adesso mi batto affinché le mie studentesse possano a loro volta diventarlo un giorno, indipendentemente dal fatto che la "e" sia assente o presente; indipendentemente dal fatto che possano un giorno essere chiamate professore o professoressa.
Vado controcorrente, lo so, e ne sono fiera. Soprattutto in un'epoca in cui la forma prende il sopravvento sulla sostanza. Sono convinta, infatti, che i problemi li si affronti meglio quando ci si concentra sull'essenziale. E che il rischio vero, per una donna, non sia tanto quello di non essere chiamata "al femminile", quanto quello di non poter mai occupare posizioni di rilievo o di responsabilità.
Twitter: @MichelaMarzano
Un problema di linguaggio, quindi. Come se la questione della parità uomo/donna potesse essere risolta nel momento in cui la si smette di utilizzare alcuni termini e si comincia a parlare al femminile. Non più avvocato, ma avvocata. Non più ministro, ma ministra. Non più sindaco, ma sindaca. E così via.
Chi mi conosce, sa quanto la battaglia per l'uguaglianza e le pari opportunità di tutti sia per me fondamentale. Sono anni che mi batto affinché, indipendentemente dal sesso, dal genere o dall'orientamento sessuale, ognuno di noi possa avere accesso alla democrazia in modo ugualitario. Sono anni che lotto affinché una donna non sia esclusa o emarginata solo perché donna; non sia considerata inferiore solo perché differente; non sia esclusa dalla vita pubblica o emarginata a livello lavorativo, solo perché madre.
Chi mi conosce, però, sa anche che il politicamente corretto non mi interessa, che ho dei dubbi sull'efficacia delle quote rosa, e che non ho remore ad andare controcorrente. Come nel caso del linguaggio. Che è certamente il punto di partenza per cambiare la realtà - visto che quando si nominano le cose in modo impreciso o scorretto non si fa altro che aumentare la quantità di disordine e di sofferenza che c'è nel mondo - ma che non può nemmeno diventare un pretesto per perdere poi di vista l'essenziale, impantanandosi nei dettagli. Siamo sicuri che il problema della parità lo si risolva veramente utilizzando il termine ministra al posto di ministro? Siamo sicuri che il rispetto delle differenze si riduca ad una questione di torsione linguistica?
Anche in Francia si sta cominciando a porre lo stesso problema. Fino a qualche anno fa, quando si parlava di un professore universitario o di un ministro, si anteponeva al termine in questione un semplice Madame o Monsieur, lasciando invariato l'articolo "le" ("il") da anteporre a Professeur o Ministre. Il che permetteva di designare la funzione, indipendentemente dal sesso di chi la esercitava. Oggi, però, c'è chi insiste per aggiungere la "e" a Professeur, e per declinare l'articolo corrispondente in modo da avere Madame la Professeure o Madame la Ministre. Come se le torsioni linguistiche implicassero poi automaticamente un accesso più facile per le donne a determinate cariche.
Come ho più volte spiegato ad alcune colleghe, quella "e" aggiunta a Professeur che alcune di loro pretendono dai colleghi o dagli studenti non mi piace, non mi interessa, mi sembra ridicola. Il mio essere donna si esprime nel modo in cui affronto determinati argomenti, scelgo i temi da trattare, porto avanti le mie battaglie. Volevo essere un ordinario di filosofia e ho avuto la fortuna di diventarlo. E adesso mi batto affinché le mie studentesse possano a loro volta diventarlo un giorno, indipendentemente dal fatto che la "e" sia assente o presente; indipendentemente dal fatto che possano un giorno essere chiamate professore o professoressa.
Vado controcorrente, lo so, e ne sono fiera. Soprattutto in un'epoca in cui la forma prende il sopravvento sulla sostanza. Sono convinta, infatti, che i problemi li si affronti meglio quando ci si concentra sull'essenziale. E che il rischio vero, per una donna, non sia tanto quello di non essere chiamata "al femminile", quanto quello di non poter mai occupare posizioni di rilievo o di responsabilità.
Twitter: @MichelaMarzano