Parla con lei

L'Era della Confessione entra nei salotti buoni

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di GUIA SONCINI
SE LO STORICO incaricato di ricostruire quando sia iniziata l'Era della Confessione fossi io, direi che era l'aprile 2006. Quando la protagonista di un telefilm, pur di assicurarsi la copertina del più prestigioso mensile americano, raccontò che era stata molestata da piccola. Quando "Prendiamo una ferita che dovresti tenere per l'analista e usiamola per commuovere le masse" ha smesso d'essere uno spunto da provino del Grande Fratello.

L'Era della Confessione è diventata tale creandosi una rispettabilità culturale. Quelli che raccontavano i fatti propri senza necessariamente un senso narrativo prima andavano da Barbara D'Urso. Adesso, sono roba da tv d'alto bordo.

Daria Bignardi ha capito che il filone funziona, gli ha dato uno spazio praticamente fisso in trasmissione, ma a volte ha l'impagabile aria di una che vorrebbe esortarli a smetterla di frignare, tutti questi traumatizzati rilegati e disponibili in libreria, tutti quegli ospiti col loro bravo bollino Siae sulla mancanza di senso del pudore. Solo nelle ultime settimane: quello che racconta il trauma della mamma novantunenne che non si ricorda più le cose? quella che ha avuto un cancro? quella coi genitori eroinomani.

Giacché il settore è affollato, ognuno cerca di vendere la propria storia come specialissima. Di metterla giù dura, come fosse il primo e l'ultimo ad avere una madre che invecchia, ad aver fatto la chemioterapia, persino ad aver bevuto troppe birre. L'altra sera, mentre Bignardi obiettava "È abbastanza normale" a una che confessava d'essersi sbronzata per un paio d'anni (come dettagliato per 276 pagine), mi è venuta in mente una scena di The West Wing. Il vicepresidente va a confessare al presidente il suo passato da alcolizzato. Quello chiede da quanto abbia smesso, e l'altro risponde: "Avevo 22 anni". La faccia favolosa di Martin Sheen mentre accoglie "la sconvolgente rivelazione che beveva birra all'università": sono certa che a Daria Bignardi sarebbe piaciuto chiederla in prestito.