#DearFutureMon ("Cara Futura Mamma"). È con questo hashtag che è stato recentemente lanciato in rete un video sulla trisomia 21. Realizzato in occasione della Giornata Mondiale della sindrome di Down (sdD), il 21 marzo scorso, il video è bellissimo e commovente. "Cara futura mamma, non aver paura" dicono in francese, in inglese, in italiano e in spagnolo tanti ragazzi e ragazze con sdD. "Tuo figlio potrà fare molte cose: potrà baciarti, correre verso di te, dirti che ti vuole bene; potrà andare a scuola come tutti e imparare a scrivere; potrà viaggiare e lavorare".
In poco più di due minuti, vengono fatti a pezzi i pregiudizi di una società convinta che la differenza sia una maledizione, e che solo la normalità possa permettere di accedere alla felicità. "Cara futura mamma, a volte sarà difficile", conclude il video. "Ma non è lo stesso per tutte le madri? Tuo figlio potrà essere felice, come lo sono io. E lo sarai anche tu, non è vero mamma?" Perché non esiste alcun legame di causalità tra felicità e perfezione. Anzi. Talvolta si è felici solo perché si è amati, e l'amore, con la perfezione, non c'entra nulla. L'amore non lo si merita e non lo si conquista. L'amore accade. E quell'accadere non dipende dalle proprietà che si possono o meno avere. Dipende al contrario dalla capacità di accogliere un'altra persona per com'è, senza imporre a nessuno norme e regole prefabbricate.
Ma per capire fino in fondo il messaggio del video, forse bisognerebbe veramente fare un esame di coscienza collettivo e riflettere su un certo numero di luoghi comuni e di stereotipi che caratterizzano la società contemporanea. Primo fra tutti il pregiudizio secondo cui, per essere felici, sarebbe sempre necessario avere (ed essere) il "meglio". Adeguandosi alle aspettative altrui. Cancellando le proprie dipendenze. Lottando per il proprio riconoscimento a colpi di egoismo e, talvolta, di dissimulazione. E se il "meglio" non coincidesse affatto con l'uniformità? Se la felicità fosse possibile solo quando si impara a valorizzare anche il "meno"? Meno perfezione. Meno competizione. Meno pretese, in fondo. Anche semplicemente perché il concetto di felicità, di per sé, non è mai normativo. Non esiste un unico modo per realizzarsi ed essere felici. Non esiste alcuna normalità definita a priori per tutti. Anzi, più si lotta per essere normali, più, talvolta, si soffre. Anche semplicemente perché, nella rincorsa della normalità, si finisce con il rinunciare a ciò che ci caratterizza come esseri unici.
Come spiegava il filosofo e medico francese Georges Canguilhem, ognuno ha una propria normalità che non coincide mai con quella altrui. Ognuno è diverso da tutti gli altri. Ognuno impara pian piano a vivere con quello che è e quello che ha, senza mai poter essere o avere tutto. Certo, ci sono delle differenze con cui è più difficile convivere. Ma le difficoltà più grandi non sono quelle che nascono quando si cresce convinti che l'unico modo per essere felici sia corrispondere esattamente a determinati standard? Ci sono tante persone che sembrano avere tutto, ma che poi, in quel magnifico tutto soffrono enormemente perché hanno tutto, tranne la gioia di vivere. E quella non dipende da quello che si è (o si pensa di essere), ma da come siamo stati accettati e amati nella nostra vita. Soprattutto quando eravamo piccoli e il nostro mondo era interamente racchiuso nello sguardo dei nostri genitori.
Twitter: @MichelaMarzano
In poco più di due minuti, vengono fatti a pezzi i pregiudizi di una società convinta che la differenza sia una maledizione, e che solo la normalità possa permettere di accedere alla felicità. "Cara futura mamma, a volte sarà difficile", conclude il video. "Ma non è lo stesso per tutte le madri? Tuo figlio potrà essere felice, come lo sono io. E lo sarai anche tu, non è vero mamma?" Perché non esiste alcun legame di causalità tra felicità e perfezione. Anzi. Talvolta si è felici solo perché si è amati, e l'amore, con la perfezione, non c'entra nulla. L'amore non lo si merita e non lo si conquista. L'amore accade. E quell'accadere non dipende dalle proprietà che si possono o meno avere. Dipende al contrario dalla capacità di accogliere un'altra persona per com'è, senza imporre a nessuno norme e regole prefabbricate.
Ma per capire fino in fondo il messaggio del video, forse bisognerebbe veramente fare un esame di coscienza collettivo e riflettere su un certo numero di luoghi comuni e di stereotipi che caratterizzano la società contemporanea. Primo fra tutti il pregiudizio secondo cui, per essere felici, sarebbe sempre necessario avere (ed essere) il "meglio". Adeguandosi alle aspettative altrui. Cancellando le proprie dipendenze. Lottando per il proprio riconoscimento a colpi di egoismo e, talvolta, di dissimulazione. E se il "meglio" non coincidesse affatto con l'uniformità? Se la felicità fosse possibile solo quando si impara a valorizzare anche il "meno"? Meno perfezione. Meno competizione. Meno pretese, in fondo. Anche semplicemente perché il concetto di felicità, di per sé, non è mai normativo. Non esiste un unico modo per realizzarsi ed essere felici. Non esiste alcuna normalità definita a priori per tutti. Anzi, più si lotta per essere normali, più, talvolta, si soffre. Anche semplicemente perché, nella rincorsa della normalità, si finisce con il rinunciare a ciò che ci caratterizza come esseri unici.
Come spiegava il filosofo e medico francese Georges Canguilhem, ognuno ha una propria normalità che non coincide mai con quella altrui. Ognuno è diverso da tutti gli altri. Ognuno impara pian piano a vivere con quello che è e quello che ha, senza mai poter essere o avere tutto. Certo, ci sono delle differenze con cui è più difficile convivere. Ma le difficoltà più grandi non sono quelle che nascono quando si cresce convinti che l'unico modo per essere felici sia corrispondere esattamente a determinati standard? Ci sono tante persone che sembrano avere tutto, ma che poi, in quel magnifico tutto soffrono enormemente perché hanno tutto, tranne la gioia di vivere. E quella non dipende da quello che si è (o si pensa di essere), ma da come siamo stati accettati e amati nella nostra vita. Soprattutto quando eravamo piccoli e il nostro mondo era interamente racchiuso nello sguardo dei nostri genitori.
Twitter: @MichelaMarzano