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Non sono bossy, sono solo il boss

di ANAIS GINORI

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"Quando un bambino è assertivo e si impone, viene applaudito e definito un leader, quando una bambina ha lo stesso comportamento viene accusata di essere bossy, autoritaria, prepotente, e si cerca di dissuaderla". Una campagna virale, con l'hashtag #banbossy. Aboliamo il termine spregiativo bossy, chiede Sheryl Sandberg, manager di Facebook, già autrice del libro-manifesto "Lean In", "facciamoci avanti".

Convinta che il primo problema delle donne sia l'autostima e la capacità di autopromuoversi, Sandberg ha deciso di occuparsi anche delle bambine lanciando questa campagna. Anziché dire bossy a una bambina intraprendente, spiega Sandberg, bisognerebbe commentare: "Ha una propensione alla leadership". Un po' come talvolta non si dovrebbe definire "isterica" una collega in ufficio che si arrabbia, mentre gli uomini che alzano la voce "hanno personalità".

La campagna #banbossy sta avendo molto successo negli Stati Uniti, è stata appoggiata da Michelle Obama e da due ex segretari di Stato donne, Madeleine Albright e CondoleeZza Rice, che probabilmente si sono spesso sentire chiamare bossy.

"I am not bossy, I am the Boss", dice Beyoncé in un video, capovolgendo l'insulto. Ma non tutte le commentatrici della stampa americana sono d'accordo. "Sono bossy, e me ne infischio di quelli che mi trovano autoritaria", scrive Jessica Roy su Time, mentre Margaret Talbot, sul New Yorker, ammette di usare anche lei questo aggettivo per definire ragazze un po' prepotenti.

"È un termine sessista? Probabilmente. Ma dobbiamo per questo abolirlo? Direi di no", commenta Talbot, convinta che anche gli uomini debbano combattere contro i loro stereotipi di onnipotenza o di virilismo assoluto. Nel loro caso, è il contrario: se si mostrano un po' meno assertivi o prepotenti, vengono proferiti altri tipi di cliché.
Twitter: @anaisginori