Ivano, dobbiamo parlare. Ormai è tardi, avremmo dovuto discuterne prima, avresti dovuto dirmi che intendevi fare quel collegamento, ti avrei diffidato. Ma comunque dobbiamo parlare. Tu ci devi delle spiegazioni.
Ivano, tu hai scritto J’adore Venise, il manifesto della serata che è capitata a tutti, «ma nemmeno un motivo, che io ricordi, per andare via». Ivano, tu sei quello che «i motivi di un uomo non sono belli da verificare». Ivano, tu hai inciso Macramé.
D’accordo, sono passati diciott’anni, nessuno di noi è quello di diciott’anni fa, ma i dischi restano, e io quel disco lì credo d’averlo ascoltato un migliaio di volte (85 solo nel 2013, dice il mio impietoso iTunes).
L'indice di Parla con lei
A un certo punto volevo scrivere un trattato sul sexting, questa sconcia recente usanza di flirtare via messaggi (sì, insomma: di scriversi porcherie), e ho chiesto confessioni un po’ a chiunque, e veniva immancabilmente fuori che la citazione più sextata era da Macramé, era «io non ti voglio parlare, parlare, ma tra le ginocchia salire». Persino quelli che ascoltano solo cantautori inglesi prima o poi si erano affidati a Ivano Fossati per le loro conversazioni erotiche: tu sei responsabile dell’educazione sessuale di una nazione, Ivano, altro che costruzione di un amore.
E invece. E invece domenica hai lasciato che una troupe di Che tempo che fa entrasse nel tuo salotto. Hai lasciato che vedessimo - in quel lungo, straziante collegamento - che il tuo gusto per l’arredamento è mutuato direttamente da quello di Guido Gozzano. Ancora ci penso, a quel candelabro. A quel quadro orrendo con la lucetta sopra. A quel lampadario. Alla sera in cui ogni illusione crollò, e si scoprì che l’autore della canzone in cui lei restava «impigliata alla mia bocca più di quanto volesse» viveva in una casa in cui nessun regista ambienterebbe una scena di seduzione. Mancava solo l’amica di nonna Speranza, in mezzo a tutte quelle buone cose di pessimo gusto. Era dalla conversione di Claudia Koll, che l’immaginario erotico di questo povero Paese non franava così miseramente.
Twitter: @lasoncini
Ivano, tu hai scritto J’adore Venise, il manifesto della serata che è capitata a tutti, «ma nemmeno un motivo, che io ricordi, per andare via». Ivano, tu sei quello che «i motivi di un uomo non sono belli da verificare». Ivano, tu hai inciso Macramé.
D’accordo, sono passati diciott’anni, nessuno di noi è quello di diciott’anni fa, ma i dischi restano, e io quel disco lì credo d’averlo ascoltato un migliaio di volte (85 solo nel 2013, dice il mio impietoso iTunes).
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A un certo punto volevo scrivere un trattato sul sexting, questa sconcia recente usanza di flirtare via messaggi (sì, insomma: di scriversi porcherie), e ho chiesto confessioni un po’ a chiunque, e veniva immancabilmente fuori che la citazione più sextata era da Macramé, era «io non ti voglio parlare, parlare, ma tra le ginocchia salire». Persino quelli che ascoltano solo cantautori inglesi prima o poi si erano affidati a Ivano Fossati per le loro conversazioni erotiche: tu sei responsabile dell’educazione sessuale di una nazione, Ivano, altro che costruzione di un amore.
E invece. E invece domenica hai lasciato che una troupe di Che tempo che fa entrasse nel tuo salotto. Hai lasciato che vedessimo - in quel lungo, straziante collegamento - che il tuo gusto per l’arredamento è mutuato direttamente da quello di Guido Gozzano. Ancora ci penso, a quel candelabro. A quel quadro orrendo con la lucetta sopra. A quel lampadario. Alla sera in cui ogni illusione crollò, e si scoprì che l’autore della canzone in cui lei restava «impigliata alla mia bocca più di quanto volesse» viveva in una casa in cui nessun regista ambienterebbe una scena di seduzione. Mancava solo l’amica di nonna Speranza, in mezzo a tutte quelle buone cose di pessimo gusto. Era dalla conversione di Claudia Koll, che l’immaginario erotico di questo povero Paese non franava così miseramente.
Twitter: @lasoncini