Parla con lei

Meriem spera ancora nella primavera

di FRANCESCA CAFERRI

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Meriem Ben Mohammed non avrebbe mai voluto diventare un simbolo. Avrebbe voluto una vita normale, una serata di festa per il nuovo lavoro del fidanzato che finalmente avrebbe consentito loro di avere abbastanza soldi per sposarsi, finire i suoi studi, vivere tranquilla nel suo paese, la Tunisia. La sera di qualche mese fa però la vita di Meriem (uno pseudonimo) è cambiata per sempre. Tre poliziotti hanno bussato alla portiera dell'auto del suo fidanzato, dove i due si erano appartati, uno ha trascinato fuori lui costringendolo ad andare a un bancomat e prelevare tutti i soldi disponibili, gli altri due a turno hanno violentato lei. Devastata, la ragazza ha avuto la forza il giorno dopo di denunciare il tutto: per lei è iniziato un  nuovo calvario, fatto di intimidazioni, insulti, minacce e anche di un arresto: il tutto nel tentativo di farla tacere. La parte processuale della sua vicenda si è chiusa qualche giorno fa, con la condanna a sette anni di carcere per i suoi stupratori. Quella personale andrà avanti per sempre: Meriem per sfuggire al clima di intimidazioni che la circondava in patria è fuggita in Francia, dove sta cercando di ricostruirsi una vita con il fidanzato.

Racconto questa storia perché suo malgrado Meriem è diventata un simbolo: se il caso si è concluso con una condanna (giudicata comunque troppo lieve dagli avvocati della giovane e dalla società civile) è perché la sua storia in Tunisia ha fatto molto rumore, suscitando un dibattito lungo mesi sui giornali e sui social media e scatenando un'ondata di manifestazioni da parte delle associazioni femminili e di quelle progressiste fuori dal tribunale dove si è svolto il processo. Chi è sceso in strada rivendicava il diritto della ragazza alla giustizia, sottolineando l'eccezione tunisina, quel gruppo di leggi che per decenni in un Paese tutto fuorché democratico ha comunque garantito la dignità della donna come in nessun altro luogo della regione e che neanche l'avvento di un partito di ispirazione islamista come El Nahda dopo la rivoluzione del gennaio 2011 è riuscito a cancellare.

La Tunisia è l'unico dei Paesi della Primavera araba dove il processo di rinnovamento iniziato tre anni fa non sia crollato come un castello di carte sotto i colpi della violenza: è l'unico dove l'esperimento continua, un laboratorio dove alti e bassi si susseguono ma dove non si può parlare di ritorno indietro, come avviene invece in Egitto, Siria o in Libia. Qualche mese fa è stata approvata una Costituzione - unica nella regione - che garantisce una reale parità fra donne e uomini e le donne sono un gruppo numeroso e determinato in Parlamento e nella vita politica.

Eppure neanche in Tunisia tutto è semplice e lineare quando si parla di stupro: la condanna lieve agli aggressori di Meriem - poliziotti in servizio, che l'accusa avrebbe voluto condannati a 20 anni  - racconta di preconcetti duri a morire, di una ragazza considerata "meno" perché sorpresa in auto con il fidanzato. La sua fuga ci dice dell'impossibilità di ricostruirsi una vita e delle sfide ancora aperte, per le donne, anche nell'unico Paese dove la Primavera araba continua a fiorire.


Twitter: @francescacaferr