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Internet non conosce la compassione

di MICHELA MARZANO

2 minuti di lettura
Aurora aveva 14 anni e non si era mai sentita bella. Come tante ragazzine della sua età, che passano ore ed ore a guardarsi allo specchio. Che facendo paragoni con le coetanee, si convincono pian piano  che non riusciranno mai ad essere amate o accettate. Che soffrono in
silenzio, senza riuscire a trovare le parole adeguate per esprimere il proprio dolore. Anche perché, troppo spesso, gli adulti certe cose non riescono proprio a capirle: si sono dimenticati quanto era stato difficile anche per loro attraversare l'adolescenza, e si illudono che imparare a difendersi faccia parte di quelle esperienze necessarie per poi affrontare meglio la vita.

Ma come ci si può difendere quando si è ancora troppo piccoli per sapere che il proprio valore non dipende da quello che ci dicono gli altri? Come si fa a proteggersi quando gli insulti sono ingiustificati, cattivi, senza senso?

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"Sei bruttissima, ma quanti anni hai? Ne dimostri 10", aveva scritto recentemente qualcuno sul profilo Ask. fm di Aurora. Approfittando dell'anonimato e insultando vigliaccamente questa ragazzina che già soffriva, a causa di una malformazione cardiaca, per il fatto di essere piccola e gracile. Pare che, da tempo, Aurora ricevesse messaggi di questo tipo. Pare che, per mesi, avesse risposto agli insulti e ai commenti con coraggio. Pare che negli ultimi tempi, però, non ce la facesse veramente più.

"Quella voglia di andare via e di non tornare più", aveva scritto recentemente su Facebook. Prima della tragedia della settimana scorsa. Quando Aurora, mentre in casa tutti dormivano, si è gettata dalla finestra delle scale del sesto piano ed è morta. Dall'inizio dell'anno, Aurora è la terza vittima di quello che ormai in molti chiamano cyberbullismo. Un fenomeno tutto contemporaneo, almeno nelle forme. Visto che il bullismo, invece, è tristemente noto da tempo.

E che sappiamo tutti, ormai, che sono tantissimi i bambini e gli adolescenti vittime di violenze fisiche o verbali. I bambini e gli adolescenti, infatti, possono essere crudeli. Anche quando tutto comincia un po' per gioco. Quando il bulletto di turno vuol sentirsi più forte degli altri e cerca di attirare l'attenzione generale prendendo in giro un compagno o una compagna di scuola.

Quando gli amici lo seguono per divertirsi anche loro. Quando i più fragili e i più vulnerabili cominciano ad aver paura e diventano vittime di un meccanismo perverso che, se non viene interrotto, non smette di autoalimentarsi.

Da quando esiste l'anonimato, però, e gli insulti circolano sul web alla velocità della luce, tutto è diventato più complicato. Non c'è nemmeno più bisogno di trovare il coraggio di guardare in faccia la vittima e di osservare le sue reazioni. Si agisce da lontano. Ci si nasconde. Si immagina che non sia poi così grave, che sia solo un gioco, che non ci
siano conseguenze.

Come spiega bene Freud, la compassione di fronte alle sofferenze non è affatto un sentimento naturale. La si impara progressivamente, identificandosi nell'altro. Ma questo è possibile solo se qualcuno ce lo insegna e ci aiuta progressivamente a costruire questa "barriera psichica" che contrasta e contiene la crudeltà.

Come fare però ad imparare la compassione in un mondo in cui, grazie proprio all'anonimato, si riesce a farla franca e a restare impuniti? Come si fa a contrastare la crudeltà quando i ragazzi, lasciati soli davanti ad Internet e ai videogiochi, confondono sempre di più la realtà
e la fiction?

Nell'era dei social, tutto si virtualizza. Ed è sempre più difficile capire che i propri gesti possono avere delle conseguenze irreparabili. Che la sofferenza non si cancella come una frase scritta al computer. E che il rispetto e la civiltà sono valori molto fragili. Il problema non
è quello di limitare la libertà di espressione sul web, come pretendono alcune persone. Il vero problema è quello di insegnare la differenza che esiste tra "espressione" e "insulto", per poi far capire che gli insulti fanno sempre male e meritano una sanzione. L'anonimato non cancella la propria responsabilità. Anzi. Quando le parole sono pietre, hanno sempre un volto e un nome. Anche quando ci si illude del contrario.
Twitter: @MichelaMarzano