Alcune viaggiavano. Attraversavano il mondo da sole, in moto, in nave, in bicicletta, a dorso di cammello. Lo ha fatto Annemarie Schwarzenbach, la cui vita avventurosa e disperata ha raccontato Melania Mazzucco in Lei così amata. Lo hanno fatto Isabella Bird, che nell'Ottocento parte da sola per l'Australia e, mai soddisfatta, attraversa le Montagne Rocciose a cavallo; e Isabelle Eberhardt, che pochi anni più tardi, durante un viaggio in Africa del Nord, si converte all'Islam, finendo a combattere a fianco dei ribelli contro il dominio coloniale francese in Algeria, travestita da uomo. Amelia Earhart guidava il suo aereo: è la prima donna che conclude il volo in solitaria sull'Oceano Atlantico. Il suo aereo scomparve pochi anni dopo, mentre tentava di circumnavigare il globo. E la più famosa, la viaggiatrice per antonomasia, Alexandra David-Néel che nel 1924 visita Lhasa, in Tibet, allora inaccessibile agli stranieri. E poi arriva in India, Tibet e Giappone convertendosi al buddhismo.
Esce in questi giorni il film di John Curran, Tracks, protagonista Mia Wasikowska, tratto dal libro di Robyn Davidson, che nel 1977 attraversò il deserto australiano, con quattro cammelli e il suo cane. Di ognuna di loro, e alcune altre, abbiamo lettere, reportage, romanzi. Per la mia generazione, le storie di avventure al femminile erano queste. Pippi Calzelunghe, Lady Oscar e le grandi viaggiatrici.
Tutto il resto erano maschi. Così ho salutato con emozione l'arrivo degli Hunger Games, di Susanne Collins, e adesso la trilogia di Divergent di Veronica Roth. Romanzi scritti da donne, le cui protagoniste sono ragazzine che combattono contro il male, come per centinaia di anni hanno fatto i loro colleghi.
Finalmente. E questo è niente: queste storie di ragazzine sono finite in classifica, ne hanno fatto film, magliette, trasmissioni tv. Le storie di ragazzine, udite udite, hanno successo! E non credo che tutti, proprio tutti i lettori siano donne.
Tutti in piedi: salutiamo con emozione la fine dell'embargo maschile sulle storie di donne. Lo aspettavamo da un centinaio di anni, più o meno.
Twitter: @elenastanka
Esce in questi giorni il film di John Curran, Tracks, protagonista Mia Wasikowska, tratto dal libro di Robyn Davidson, che nel 1977 attraversò il deserto australiano, con quattro cammelli e il suo cane. Di ognuna di loro, e alcune altre, abbiamo lettere, reportage, romanzi. Per la mia generazione, le storie di avventure al femminile erano queste. Pippi Calzelunghe, Lady Oscar e le grandi viaggiatrici.
Tutto il resto erano maschi. Così ho salutato con emozione l'arrivo degli Hunger Games, di Susanne Collins, e adesso la trilogia di Divergent di Veronica Roth. Romanzi scritti da donne, le cui protagoniste sono ragazzine che combattono contro il male, come per centinaia di anni hanno fatto i loro colleghi.
Finalmente. E questo è niente: queste storie di ragazzine sono finite in classifica, ne hanno fatto film, magliette, trasmissioni tv. Le storie di ragazzine, udite udite, hanno successo! E non credo che tutti, proprio tutti i lettori siano donne.
Tutti in piedi: salutiamo con emozione la fine dell'embargo maschile sulle storie di donne. Lo aspettavamo da un centinaio di anni, più o meno.
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