Andrea Camilleri è uno scrittore immenso, potrei dire il più grande scrittore italiano vivente, se questa frase non sembrasse tetra, oltre che scema. È un uomo di meravigliosa intelligenza, misura e libertà. Raramente dice qualcosa che non convince. Per questo motivo non smetto di pensare a una frase estrapolata da una sua intervista di qualche giorno fa: "Il noir è il nuovo romanzo sociale. Se Victor Hugo fosse vivo, oggi scriverebbe noir". L'avesse detta qualcun altro, l'avrei liquidata in un istante. Fesserie, avrei detto.
L'indice di Parla con lei
Forse Camilleri quando dice noir pensa al Pasticciaccio di Gadda, o ai gialli di Sciascia. Sappiamo anche del suo amore per Vàzquez Montalbàn e Simenon, autori ai quali ha sempre dichiarato di essersi ispirato per il suo Montalbano.
Ma il punto è che Camilleri non sta parlando di sé, sta dicendo che il noir è il nostro romanzo sociale. Sta dicendo che, a suo avviso, tra un certo numero di anni quando gli storici dovranno venire a capo della nostra civiltà, leggeranno di poliziotti, commissari, carabinieri, interrogatori...
Non ci credo. Non ci credo per niente. Il noir in questa stagione è incredibilmente popolare, è inutile negarlo. E qualsiasi cosa si voglia dire, sarebbe meglio farla passare per un commissariato, perché qualcuno abbia voglia di leggerla. Ma davvero ci racconta? Racconta della nostra società?
Non ci credo. Io penso che gli storici che vorranno interpretare i nostri anni, dovranno piuttosto leggere i romanzi di Roth, De Lillo, David Foster Wallace. Dovranno occuparsi di chi ha guardato al proprio tempo come il passaggio da una civiltà analogica a una digitale, da un tempo lento a uno vorticoso, ma soprattutto come il campo di battaglia delle relazioni sentimentali-esistenziali-sessuali tra uomini e donne. Dove sono le donne nei romanzi noir? Qualche sparuto commissario, un paio di femme fatale e molte, moltissime sagome a terra.
Il noir è nostalgico, per questo è popolare. Ma proprio per questo non racconta i nostri anni.
Twitter: @elenastanka
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Forse Camilleri quando dice noir pensa al Pasticciaccio di Gadda, o ai gialli di Sciascia. Sappiamo anche del suo amore per Vàzquez Montalbàn e Simenon, autori ai quali ha sempre dichiarato di essersi ispirato per il suo Montalbano.
Ma il punto è che Camilleri non sta parlando di sé, sta dicendo che il noir è il nostro romanzo sociale. Sta dicendo che, a suo avviso, tra un certo numero di anni quando gli storici dovranno venire a capo della nostra civiltà, leggeranno di poliziotti, commissari, carabinieri, interrogatori...
Non ci credo. Non ci credo per niente. Il noir in questa stagione è incredibilmente popolare, è inutile negarlo. E qualsiasi cosa si voglia dire, sarebbe meglio farla passare per un commissariato, perché qualcuno abbia voglia di leggerla. Ma davvero ci racconta? Racconta della nostra società?
Non ci credo. Io penso che gli storici che vorranno interpretare i nostri anni, dovranno piuttosto leggere i romanzi di Roth, De Lillo, David Foster Wallace. Dovranno occuparsi di chi ha guardato al proprio tempo come il passaggio da una civiltà analogica a una digitale, da un tempo lento a uno vorticoso, ma soprattutto come il campo di battaglia delle relazioni sentimentali-esistenziali-sessuali tra uomini e donne. Dove sono le donne nei romanzi noir? Qualche sparuto commissario, un paio di femme fatale e molte, moltissime sagome a terra.
Il noir è nostalgico, per questo è popolare. Ma proprio per questo non racconta i nostri anni.
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