Parla con lei

Ai giovani servono i vecchi saggi

di MICHELA MARZANO

1 minuti di lettura
"A lungo abbiamo osservato e deplorato l'immobile gerontocrazia che ha dominato il nostro paese", ha scritto recentemente Gustavo Zagrebelski. "Ora i rapporti si stanno rovesciando, se già non sono rovesciati. La gioventù è portatrice d'un carisma che la autorizza a rivendicare la guida della società. È fresca, spregiudicata, disinibita". Denunciando l'emergenza di una vera e propria frattura generazionale, Zagrebelski sottolinea l'importanza dell'esperienza e la necessità, per il bene del nostro Paese, di non cedere di fronte al fascino discreto della tabula rasa.

Per costruire il futuro, occorre una "consapevolezza critica del passato", aggiunge alcuni giorni fa il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, intervenendo ad un'iniziativa svoltasi a Roma al Teatro Argentina per ricordare le vittime del terrorismo. Come se anche lui, preoccupato dal clima d'intolleranza e di conflitto che ha caratterizzato le ultime settimane della campagna elettorale per le Europee, sentisse l'esigenza di mettere in guardia contro le illusioni del "giovanilismo". Giuste preoccupazioni di fronte alla spregiudicatezza del "nuovo" o tendenza all'immobilismo e alla difesa ad oltranza dello statu quo?

È innegabile che, per troppo tempo, il nostro Paese è rimasto immobile, sacrificando i più giovani sull'altare dell'esperienza. Intere generazioni sono state costrette ad aspettare pazientemente che arrivasse anche per loro il momento giusto per mostrare le proprie competenze, prima di rendersi conto che questo fatidico momento, per loro, non sarebbe mai arrivato. È anche per questo che la retorica della rottamazione ha funzionato, spingendo molti giovani a farsi avanti per reclamare il dovuto.

Un conto, però, è voler avere la possibilità di mostrare le proprie competenze ed assumere alcune responsabilità; altro conto è considerare l'esperienza come un intralcio, e pensare che la gioventù, in sé, sia una virtù. Perché allora ci si dimentica che, per costruire degnamente il futuro, occorre sempre sapere da dove si viene; che per "fare" occorre prima "riflettere"; e che non esiste alcun motivo, nelle tensione tra innovazione e tradizione, di privilegiare sistematicamente la novità.

Chi insegna lo sa bene, indipendentemente dal fatto che i propri studenti siano liceali o universitari. Visto che oggi l'insofferenza nei confronti dell'autorità degli insegnanti è generale. E che si immagina che la contestazione a oltranza sia sinonimo di spirito critico. Costruire una società inclusiva e capace di fare spazio ai giovani non significa d'altronde sbarazzarsi del sapere e delle esperienze che si sono accumulate negli anni. Il "fare" può dare i suoi frutti solo quando si iscrive all'interno di un progetto a lungo termine, radicandosi nella storia e nella memoria. Altrimenti "tutto si equivale", come diceva il filosofo Paul Feyerabend. E quando tutto si equivale, non si riesce nemmeno più a distinguere il "falso" dal "vero".
Twitter: @MichelaMarzano