«E quali sono, invece, le cose belle?»
Silvana ha un’esitazione. Ci pensa quell’attimo in più che consente alla telecamera di leggere nei suoi occhi la malinconia che sappiamo tutti, l’ostinato desiderio di essere felici nonostante la fatica, i pasticci, le catastrofi che accadono una dopo l’altra. La voglia inesauribile e disperata di trovarle queste cose belle, perché ci consolino, almeno un po’.
Nel 1999 Agostino Ferrente e Giovanni Piperno girarono un documentario prodotto da RaiTre. Si intitolava Intervista a mia madre e raccontava la storia di quattro ragazzini qualsiasi, Adele, Enzo, Fabio e Silvana. Uno cantava col padre nei ristoranti, l’altra voleva fare la modella, Fabio vendeva il pesce insieme ai genitori, Adele viveva all’ombra della sorella Jessica, transessuale. Dieci anni dopo i due registi sono tornati a cercare i loro attori, hanno girato altro materiale e hanno poi montato un docu-film che esce in questi giorni nelle sale. Le cose belle, appunto.
Una piccola opera struggente, semplice e viva. Che si divincola da Napoli, che è lo sfondo ma finalmente non la sostanza della storia. Dalla costruzione a tesi, secondo la quale la vita non può che essere un progressivo spogliarsi di illusioni. Si divincola persino da se stessa e il suo meccanismo, evitando il rischio di diventare l’ennesimo giochetto da Instagram, la serie degli autoscatti dalla culla alla tomba.
È invece un apologo universale e lucido, fatto di cose minuscole. Che fa anche molto ridere, e alla fine, però, ti spezza il cuore. Quando Enzo - il bambino che non aveva più voluto cantare da quando era finito a vendere contratti Teledue porta a porta - indossa un paio di cuffie e, adulto, consapevole e malandato come tutti noi, dopo aver preso fiato, dopo che negli occhi gli hai visto passare tutta la paura e il coraggio, canta Passione: «Te voglio... te penzo... te chiammo... te veco... te sento... te sonno...»
E tu pensi che non ce la farà. E invece ce la fa, e ha una voce bellissima, gonfia di tutta l’emozione possibile. E allora capisci che in un modo o nell’altro ce la faremo, se ci ricorderemo che, come scriveva Etty Hillesum, «l’unica cosa che conta nella vita è offrirsi umilmente come campo di battaglia».
Twitter: @elenastanka
Silvana ha un’esitazione. Ci pensa quell’attimo in più che consente alla telecamera di leggere nei suoi occhi la malinconia che sappiamo tutti, l’ostinato desiderio di essere felici nonostante la fatica, i pasticci, le catastrofi che accadono una dopo l’altra. La voglia inesauribile e disperata di trovarle queste cose belle, perché ci consolino, almeno un po’.
Nel 1999 Agostino Ferrente e Giovanni Piperno girarono un documentario prodotto da RaiTre. Si intitolava Intervista a mia madre e raccontava la storia di quattro ragazzini qualsiasi, Adele, Enzo, Fabio e Silvana. Uno cantava col padre nei ristoranti, l’altra voleva fare la modella, Fabio vendeva il pesce insieme ai genitori, Adele viveva all’ombra della sorella Jessica, transessuale. Dieci anni dopo i due registi sono tornati a cercare i loro attori, hanno girato altro materiale e hanno poi montato un docu-film che esce in questi giorni nelle sale. Le cose belle, appunto.
Una piccola opera struggente, semplice e viva. Che si divincola da Napoli, che è lo sfondo ma finalmente non la sostanza della storia. Dalla costruzione a tesi, secondo la quale la vita non può che essere un progressivo spogliarsi di illusioni. Si divincola persino da se stessa e il suo meccanismo, evitando il rischio di diventare l’ennesimo giochetto da Instagram, la serie degli autoscatti dalla culla alla tomba.
È invece un apologo universale e lucido, fatto di cose minuscole. Che fa anche molto ridere, e alla fine, però, ti spezza il cuore. Quando Enzo - il bambino che non aveva più voluto cantare da quando era finito a vendere contratti Teledue porta a porta - indossa un paio di cuffie e, adulto, consapevole e malandato come tutti noi, dopo aver preso fiato, dopo che negli occhi gli hai visto passare tutta la paura e il coraggio, canta Passione: «Te voglio... te penzo... te chiammo... te veco... te sento... te sonno...»
E tu pensi che non ce la farà. E invece ce la fa, e ha una voce bellissima, gonfia di tutta l’emozione possibile. E allora capisci che in un modo o nell’altro ce la faremo, se ci ricorderemo che, come scriveva Etty Hillesum, «l’unica cosa che conta nella vita è offrirsi umilmente come campo di battaglia».
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