Possono i cavalli spiegare la deriva psicotica dei tossici da social network? Ne parla Siri Hustvedt, nella raccolta di saggi Vivere, pensare, guardare (Einaudi).
Il primo capitolo, Variazioni sul desiderio, un topo, un cane, Buber e Bovary, contiene un brano tratto dal Dialogo di Martin Buber, nel quale il filosofo racconta di quando, bambino, passava molto tempo a carezzare un cavallo nella fattoria del nonno. E di quanto fosse emozionante sentire il manto dell’animale fremere sotto le dita, e gratificante quando il cavallo lo salutava alzando la testa. Poi un giorno, spiega Buber, proprio mentre lo carezzava gli capitò di pensare quanto fosse bello carezzarlo, quanto piacere quel gesto gli procurasse. E improvvisamente percepì la sua mano, con esattezza. E tutto cambiò.
«Il giorno dopo, quando dopo una ricca manciata di fieno, accarezzai la groppa del mio amico, egli non sollevò più il capo. Pochi anni più tardi, ripensando all’accaduto, già non credevo più che l’animale avesse notato la mia defezione. Ma allora mi sembrò di essere condannato».
Spiega Hustvedt che questa tendenza a riflettere su di sè o specchiarsi in chi è intorno, turba la vera conoscenza, «perchè l’altro finisce per essere solo parte di me stesso». Non sei più tu che accarezzi il cavallo in quel preciso momento, che stai facendo un’esperienza, ma una terza persona che vede con l’occhio della mente qualcun altro che accarezza un cavallo. Le celebrity vivono costantemente questo sdoppiamento, dice Hustvedt, fotografate, spiate, si identificano nell’immagine di sè che vedono. Ma anche tutti noi, dice ancora, presto (il saggio è del 2007) finiremmo per vivere in un’ossessione monologante, dentro una soffocante sala degli specchi. «In quel ripiegamento che, di fatto, descrive il narcisismo».
Certo che il comportamento a specchio è necessario, senza questa osservazione non avremo racconto di sè, nè ricordo. «Ma vivere solo nel riflesso crea un terribile macchinario di insaziabile desiderio, l’infinita ricerca di qualcosa che possa riempire il vuoto e soddisfare un’affamata immagine di sè».
Com si dice in questi casi? Tana. Mi hai tanato, Siri.
Twitter: @elenastanka
Il primo capitolo, Variazioni sul desiderio, un topo, un cane, Buber e Bovary, contiene un brano tratto dal Dialogo di Martin Buber, nel quale il filosofo racconta di quando, bambino, passava molto tempo a carezzare un cavallo nella fattoria del nonno. E di quanto fosse emozionante sentire il manto dell’animale fremere sotto le dita, e gratificante quando il cavallo lo salutava alzando la testa. Poi un giorno, spiega Buber, proprio mentre lo carezzava gli capitò di pensare quanto fosse bello carezzarlo, quanto piacere quel gesto gli procurasse. E improvvisamente percepì la sua mano, con esattezza. E tutto cambiò.
«Il giorno dopo, quando dopo una ricca manciata di fieno, accarezzai la groppa del mio amico, egli non sollevò più il capo. Pochi anni più tardi, ripensando all’accaduto, già non credevo più che l’animale avesse notato la mia defezione. Ma allora mi sembrò di essere condannato».
Spiega Hustvedt che questa tendenza a riflettere su di sè o specchiarsi in chi è intorno, turba la vera conoscenza, «perchè l’altro finisce per essere solo parte di me stesso». Non sei più tu che accarezzi il cavallo in quel preciso momento, che stai facendo un’esperienza, ma una terza persona che vede con l’occhio della mente qualcun altro che accarezza un cavallo. Le celebrity vivono costantemente questo sdoppiamento, dice Hustvedt, fotografate, spiate, si identificano nell’immagine di sè che vedono. Ma anche tutti noi, dice ancora, presto (il saggio è del 2007) finiremmo per vivere in un’ossessione monologante, dentro una soffocante sala degli specchi. «In quel ripiegamento che, di fatto, descrive il narcisismo».
Certo che il comportamento a specchio è necessario, senza questa osservazione non avremo racconto di sè, nè ricordo. «Ma vivere solo nel riflesso crea un terribile macchinario di insaziabile desiderio, l’infinita ricerca di qualcosa che possa riempire il vuoto e soddisfare un’affamata immagine di sè».
Com si dice in questi casi? Tana. Mi hai tanato, Siri.
Twitter: @elenastanka