"Tu giochi con i tuoi bambini?" Pare che il Papa, quando incontrava i parrocchiani della propria diocesi, rivolgesse sempre questa domanda alle mamme e ai papà che si andavano a confessare. Consapevole che il gioco fa anche lui parte della vita. E che i bambini non hanno solo bisogno del "pane quotidiano", ma anche di "perdere tempo" con i propri genitori.
Certo, in periodo di crisi, il tema della conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare pare secondario. Perché l'essenziale sembra essere altrove. Nel lavoro che manca. Nella disoccupazione che aumenta. Nella disperazione di tutti coloro che non riescono a garantire la sussistenza della propria famiglia. Anche il Papa, più di una volta, ha d'altronde sottolineato l'importanza di garantire a tutti un lavoro decente per la salvaguardia della propria dignità.
La "qualità umana del sistema economico in cui viviamo", però - ha aggiunto Papa Francesco qualche giorno fa durante una visita in Molise - si misura anche dalla possibilità che è data ad ognuno di "conciliare i tempi del lavoro con i tempi della famiglia". Ecco perché è necessario interrogarsi sulla legittimità del lavoro domenicale. E capire che, giocare con i propri bambini, non è mai una perdita di tempo.
Nella frenesia della vita quotidiana, è raro trovare il tempo di fermarsi, parlare, giocare con i propri figli. Perdere tempo, oggi, sembra inconcepibile. Nonostante sia proprio quando ci si fermi qualche istante, che accadono poi le cose più importanti. Le emozioni riemergono. I dubbi affiorano. E con i dubbi e le emozioni, la possibilità di riflettere su ciò che si è e su quello che si desidera veramente. Forse perché il desiderio - quello che ci permette di avanzare, di costruire un progetto di vita, di incontrare o di riscoprire l'altro - nasce proprio dalla mancanza, da quel vuoto ontologico di cui parlava già Platone. Anche il gioco, da questo punto di vista, fa parte della vita. Anzi, è proprio grazie al gioco che si diventa creativi, come spiega parlando dei bambini il pedopsichiatra D. W. Winnicott.
Quando si è piccoli, si impara a giocare e a sviluppare la propria creatività per sfuggire alla noia. Ma se non si ha il tempo di annoiarsi, perché c'è sempre qualcosa da fare - un'attività sportiva, un soggiorno linguistico all'estero, un corso di musica, un viaggio, ecc. - allora non ci può più inventare nulla. Tutto è programmato, previsto, sotto controllo. Ed è difficile entrare in contatto con le proprie emozioni e scoprire quello che si desidera veramente.
Il gioco non è tempo sprecato. È tempo che si impiega a costruire la condivisione e a prepararsi alla vita. È tempo che si utilizza per entrare in relazione con l'altro e inventare nuovi modi per stare insieme. È tempo che non si traduce in denaro, certo. Ma che permette di portarsi dietro il ricordo di quando si era bambini e, accanto ai propri genitori, ci si sentivi gli eroi una storia unica e irripetibile. Conditio sine qua non, conclude Winnicott, per poi affrontare le difficoltà della vita. Anche quelle legate ad un sistema economico che, sfruttando l'essere umano, sembra strapparci la speranza di salvaguardare la nostra dignità.
Twitter: @MichelaMarzano
Certo, in periodo di crisi, il tema della conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare pare secondario. Perché l'essenziale sembra essere altrove. Nel lavoro che manca. Nella disoccupazione che aumenta. Nella disperazione di tutti coloro che non riescono a garantire la sussistenza della propria famiglia. Anche il Papa, più di una volta, ha d'altronde sottolineato l'importanza di garantire a tutti un lavoro decente per la salvaguardia della propria dignità.
La "qualità umana del sistema economico in cui viviamo", però - ha aggiunto Papa Francesco qualche giorno fa durante una visita in Molise - si misura anche dalla possibilità che è data ad ognuno di "conciliare i tempi del lavoro con i tempi della famiglia". Ecco perché è necessario interrogarsi sulla legittimità del lavoro domenicale. E capire che, giocare con i propri bambini, non è mai una perdita di tempo.
Nella frenesia della vita quotidiana, è raro trovare il tempo di fermarsi, parlare, giocare con i propri figli. Perdere tempo, oggi, sembra inconcepibile. Nonostante sia proprio quando ci si fermi qualche istante, che accadono poi le cose più importanti. Le emozioni riemergono. I dubbi affiorano. E con i dubbi e le emozioni, la possibilità di riflettere su ciò che si è e su quello che si desidera veramente. Forse perché il desiderio - quello che ci permette di avanzare, di costruire un progetto di vita, di incontrare o di riscoprire l'altro - nasce proprio dalla mancanza, da quel vuoto ontologico di cui parlava già Platone. Anche il gioco, da questo punto di vista, fa parte della vita. Anzi, è proprio grazie al gioco che si diventa creativi, come spiega parlando dei bambini il pedopsichiatra D. W. Winnicott.
Quando si è piccoli, si impara a giocare e a sviluppare la propria creatività per sfuggire alla noia. Ma se non si ha il tempo di annoiarsi, perché c'è sempre qualcosa da fare - un'attività sportiva, un soggiorno linguistico all'estero, un corso di musica, un viaggio, ecc. - allora non ci può più inventare nulla. Tutto è programmato, previsto, sotto controllo. Ed è difficile entrare in contatto con le proprie emozioni e scoprire quello che si desidera veramente.
Il gioco non è tempo sprecato. È tempo che si impiega a costruire la condivisione e a prepararsi alla vita. È tempo che si utilizza per entrare in relazione con l'altro e inventare nuovi modi per stare insieme. È tempo che non si traduce in denaro, certo. Ma che permette di portarsi dietro il ricordo di quando si era bambini e, accanto ai propri genitori, ci si sentivi gli eroi una storia unica e irripetibile. Conditio sine qua non, conclude Winnicott, per poi affrontare le difficoltà della vita. Anche quelle legate ad un sistema economico che, sfruttando l'essere umano, sembra strapparci la speranza di salvaguardare la nostra dignità.
Twitter: @MichelaMarzano