Parla con lei

I libri in mostra come pesci al mercato

di MICHELA MARZANO

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Se li conosci li eviti! Che cosa? I saloni del libro. Che in Francia nascono ormai ovunque, proprio come i funghi. E che negli ultimi anni sono stati esportati anche in Svizzera. Ma quando si tratta di promuovere i propri prodotti, si sa, i francesi sono campioni del mondo. Anche se poi si tratta spesso e volentieri di false buone idee, come quella dei saloni, appunto. Me lo avevano già raccontato, spiegandomi che non valeva la pena, che era meglio restare a casa, che mi sarei trovata male, che non era il luogo adatto, che mi sarei pentita. Ma io, cocciuta, non ho ascoltato nessuno e sono partita.

Così mi sono ritrovata il week-end scorso a Morges, vicino a Losanna, alla quinta edizione del Livre sur les quais, immersa in paccottiglia culturale di pessimo gusto: prego, venite pure avanti! prego, accomodatevi pure! prego, sempre avanti e poi a destra! Con gli ospiti-scrittori-vedette accalcati dietro i banchi a non fare altro che aspettare il miglior acquirente. In che senso? Nel senso che ognuno era lì, seduto più o meno diligentemente dietro un banco ore ed ore, coperto da una montagna di libri, nell’attesa del miracolo: il lettore-sovrano che, dopo aver scavato nel mucchio e scartato a piacere, trova infine la “taglia giusta”. Con scene che non saprei bene se definire tragiche o ridicole. Come quel noto scrittore che decanta ad alta voce la qualità dei suoi libri come se si trattasse di pesce appena pescato. Oppure quella signora in décolleté e tacco dodici che prende in mano un libro prima di deporlo disgustata: ah no, ancora un libro sulla malattia!

Certo, le tende del salone sono state montate di fronte al lago, e il panorama avrebbe potuto essere commovente. Certo, ogni tanto qualche scrittore diligente può anche allontanarsi dalla calca della fiera per partecipare a un dibattito. Ma il panorama è completamente coperto dalla tenda bianca che si infuoca sotto il sole. Quanto ai dibattiti, il più delle volte hanno luogo in posti improbabili che accolgono al massimo une ventina di persone. Per non parlare degli orari. Se non è al momento del pranzo o della cena, è all’alba. Come il dibattito che mi avevano proposto. E che avevo diligentemente accettato prima di scoprire che sarebbe iniziato a Ginevra alle 8.50 di domenica. In che senso? Nel senso che una macchina mi avrebbe atteso alle 7.30 davanti all’hotel per portarmi al porto di Ginevra dove sarebbe partito un battello diretto a Morges. Inutile dire che il tentativo di spiegare agli organizzatori che mi sembrava assurdo pretendere che la gente si alzasse all’alba di domenica è miseramente fallito.

Inutile dire che, come volevasi dimostrare, sul battello c’erano solo una quindicina di persone. Inutile dire che, a Morges, non metterò mai più piede. Così come in nessun altro salone francese. Perché non è questo il modo di trattare la cultura. Non è questo che la gente dovrebbe aspettarsi dagli scrittori. Non è questo che ho imparato in Italia dove i festival sono veramente al servizio della scrittura e della parola. Ma in Italia, come sempre, non riusciamo ad apprezzare quello che abbiamo. E continuiamo a idealizzare l’altrove. Mentre altrove fabbricano robaccia e la vendono come oro. Peccato!
Twitter: @MichelaMarzano