La Fondazione svedese per la ricerca contro il cancro infantile ha lanciato una campagna choc per sensibilizzare il pubblico. Chiunque prenda la metropolitana e passi accanto ai cartelloni interattivi preparati dall'agenzia pubblicitaria Stoccolma Garbergs assiste ad uno spettacolo che non può lasciare indifferente: i capelli della modella presente nei cartelloni cominciano a scompigliarsi come quando arriva una folata di vento, prima di lasciare apparire il capo calvo della ragazza. I capelli sono in realtà una parrucca e la giovane modella incarna tutti i bambini e le bambine che si ammalano ogni giorno di cancro.
L'ispirazione è nata dalla pubblicità di uno shampoo che, realizzata dalla stessa agenzia grazie all'utilizzo di sensori a ultrasuoni, ha già raccolto in rete molto successo. Questa volta, però, non si tratta di pubblicizzare un prodotto, ma di sensibilizzare la gente nei confronti di un problema che, sempre di più, tocca l'infanzia. Anche se i frequentatori della metropolitana, scoprendo gli effetti della chemioterapia, restano con l'amaro in bocca. Provocazione o legittimo utilizzo delle nuove tecnologie?
C'è sempre una parte di provocazione quando si lanciano campagne choc. Ma perché ci si dovrebbe indispettire quando quello che viene mostrato corrisponde alla realtà? Perché indignarsi quando ci si limita a mettere in immagini quello che, di fatto, accade quando ci si sottopone ad una chemioterapia? Viviamo in un'epoca strana, in cui il politicamente corretto va sempre più di pari passo con l'esibizionismo e l'assenza di pudore. Come se si potesse mostrare tutto, a condizione però di nascondere la sofferenza e il dolore. Come se la malattia fosse un tabù, e chi ne soffre dovesse per forza nascondersi o negarla. Invece di trovare il modo per parlarne senza doversi vergognare, e aggiungere così alla sofferenza che già esiste un'ulteriore sofferenza.
Certo, l'immagine di una ragazza calva che perde la parrucca è forte, quasi crudele. Anche perché viene accompagnata da una scritta: "Ogni giorno c'è un bambino cui viene diagnosticato un cancro". Ma è la crudeltà della vita. Che non può essere edulcorata dal silenzio o dall'ignoranza. Anzi. È solo nel momento in cui si trovano le parole o le immagini per nominarla e mostrarla che si rende omaggio a chi soffre e che, troppe volte, viene lasciato in balia della solitudine.
Twitter: @MichelaMarzano
L'ispirazione è nata dalla pubblicità di uno shampoo che, realizzata dalla stessa agenzia grazie all'utilizzo di sensori a ultrasuoni, ha già raccolto in rete molto successo. Questa volta, però, non si tratta di pubblicizzare un prodotto, ma di sensibilizzare la gente nei confronti di un problema che, sempre di più, tocca l'infanzia. Anche se i frequentatori della metropolitana, scoprendo gli effetti della chemioterapia, restano con l'amaro in bocca. Provocazione o legittimo utilizzo delle nuove tecnologie?
C'è sempre una parte di provocazione quando si lanciano campagne choc. Ma perché ci si dovrebbe indispettire quando quello che viene mostrato corrisponde alla realtà? Perché indignarsi quando ci si limita a mettere in immagini quello che, di fatto, accade quando ci si sottopone ad una chemioterapia? Viviamo in un'epoca strana, in cui il politicamente corretto va sempre più di pari passo con l'esibizionismo e l'assenza di pudore. Come se si potesse mostrare tutto, a condizione però di nascondere la sofferenza e il dolore. Come se la malattia fosse un tabù, e chi ne soffre dovesse per forza nascondersi o negarla. Invece di trovare il modo per parlarne senza doversi vergognare, e aggiungere così alla sofferenza che già esiste un'ulteriore sofferenza.
Certo, l'immagine di una ragazza calva che perde la parrucca è forte, quasi crudele. Anche perché viene accompagnata da una scritta: "Ogni giorno c'è un bambino cui viene diagnosticato un cancro". Ma è la crudeltà della vita. Che non può essere edulcorata dal silenzio o dall'ignoranza. Anzi. È solo nel momento in cui si trovano le parole o le immagini per nominarla e mostrarla che si rende omaggio a chi soffre e che, troppe volte, viene lasciato in balia della solitudine.
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