Parla con lei

Le lacrime dell'iguana ferita

di ELENA STANCANELLI

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"Anche se tutti vivessero nella forma del benessere naturale, psicologico, intellettuale a loro più consona, basterebbe la lacrima di un'iguana su un'isola sperduta, non visitata da nessuno, a mettere in discussione tutta la giustizia del mondo". Scrive Emanuele Trevi in L'iguana che visse due volte (Elliot), libro omaggio ad Anna Maria Ortese. Dove si parla del suo romanzo più perfetto, L'iguana appunto, e dove è contenuto anche il dvd del film omonimo di Catherine McGilvray.

L'iguana del titolo è una servetta triste, negletta, che fa da schiava a Don Ilario e i suoi fratelli, sull'isola di Ocana. Ma non è sempre stata così. Un tempo si chiamava Estrellita, e Don Ilario se n'era innamorato. Lui l'aveva cullata, amata, fatta sentire bellissima. Ma finito l'incantamento l'aveva ricacciata indietro, nella sua condizione di animaletto.

Quando Daddo arriva sull'isola, in cerca di un paradiso dove mandare in vacanza i ricchi milanesi, pure lui se n'innamora. Ma di cosa si innamora, si chiede Carola Susani nella bellissima prefazione? "Dello struggimento, della ferita, dell'oppressione che rivela lo sguardo abbrutito di Iguanuccia. Nell'essere stata amata e ripudiata è la sua grazia".

Come spesso accade ai personaggi di Ortese, Estrellita è un essere proteiforme, una creatura in parte umana e in parte bestiale, un esserino ferito che si muove nelle pieghe del visibile. Alcuni la riconoscono, altri le passano vicino senza vederla. Altri ancora percepiscono con tale forza l'ingiustizia della loro esistenza oppressa, e del loro destino di miseria, che, come accadde a Ortese, possono vivere solo a patto di portare su di sè un po' di quelle piaghe, un po' di quel dolore.
Twitter: @elenastanka