Di ritorno da dieci giorni negli Stati Uniti, leggo sui giornali la notizia che tutti si aspettavano: Jeb Bush, governatore della Florida, figlio e fratello di un presidente degli Stati Uniti, si candida ufficialmente a rappresentare i repubblicani nella corsa alla Casa Bianca 2018.
Delle prossime presidenziali, negli Stati Uniti si parla già molto. E la mia famiglia acquisita è uno specchio interessante da cui valutare la situazione: democratici convinti a fianco di repubblicani ancora più convinti, pasionari dell'urna sedute a fianco di chi, da anni, non vota e rivendica il diritto di non farlo, di fronte al tacchino del Ringraziamento tutti si sono ritrovati concordi su un punto: le dinastie no.
Che le prossime presidenziali possano ridursi a un Bush contro Clinton nuova edizione, la mia famiglia americana - e buona parte del resto del Paese - non lo accetta. "Perché siamo la democrazia più importante del mondo, non un regno: e non esiste che due famiglie possano pensare di governarci in eterno", ha sintetizzato mia suocera.
È per questo che la corsa di Hillary Clinton potrebbe essere più in salita di quanto tanti giornali italiani raccontino: che la amino o la odino, che la giudichino preparata e competente o una strega, tanti americani non riescono comunque a dimenticare il cognome che porta e l'eredità di potere che questo si trascina dietro.
L'annuncio di Jeb Bush non aiuta Clinton: il dibattito sul potere delle dinastie nella politica Usa negli ultimi giorni sui media americani è stato martellante. E le ultime, aggressive mosse di Elizabeth Warren, senatrice democratica e rappresentante dell'area più liberal del partito, hanno fatto pensare a molti elettori (e soprattutto a molte elettrici) che un'alternativa interessante alla ex First lady ed ex segretario di Stato nelle file dei democratici c'è. Per questo il 2015 si annuncia un anno tutto in salita per la signora Clinton.
Twitter:@francescacaferr
Delle prossime presidenziali, negli Stati Uniti si parla già molto. E la mia famiglia acquisita è uno specchio interessante da cui valutare la situazione: democratici convinti a fianco di repubblicani ancora più convinti, pasionari dell'urna sedute a fianco di chi, da anni, non vota e rivendica il diritto di non farlo, di fronte al tacchino del Ringraziamento tutti si sono ritrovati concordi su un punto: le dinastie no.
Che le prossime presidenziali possano ridursi a un Bush contro Clinton nuova edizione, la mia famiglia americana - e buona parte del resto del Paese - non lo accetta. "Perché siamo la democrazia più importante del mondo, non un regno: e non esiste che due famiglie possano pensare di governarci in eterno", ha sintetizzato mia suocera.
È per questo che la corsa di Hillary Clinton potrebbe essere più in salita di quanto tanti giornali italiani raccontino: che la amino o la odino, che la giudichino preparata e competente o una strega, tanti americani non riescono comunque a dimenticare il cognome che porta e l'eredità di potere che questo si trascina dietro.
L'annuncio di Jeb Bush non aiuta Clinton: il dibattito sul potere delle dinastie nella politica Usa negli ultimi giorni sui media americani è stato martellante. E le ultime, aggressive mosse di Elizabeth Warren, senatrice democratica e rappresentante dell'area più liberal del partito, hanno fatto pensare a molti elettori (e soprattutto a molte elettrici) che un'alternativa interessante alla ex First lady ed ex segretario di Stato nelle file dei democratici c'è. Per questo il 2015 si annuncia un anno tutto in salita per la signora Clinton.
Twitter:@francescacaferr