Parla con lei

Igiaba e le altre: "Non nel mio nome"

di FRANCESCA CAFERRI

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A poche ore dalla strage di Parigi, la scrittrice italo-somala Igiaba Sciego scriveva sul sito di Internazionale: "Decimando militarmente la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo mi hanno dichiarato guerra. Hanno usato il nome di Dio e del Profeta per giustificare l'ingiustificabile. Da afroeuropea e da musulmana io non ci sto. "Not in my name", dice un famoso slogan, e oggi questo slogan lo sento mio come non mai. Sono stufa di essere associata a gente che uccide, massacra, stupra, decapita e piscia sui valori democratici in cui credo e lo fa per di più usando il nome della mia religione. Basta!".

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Dal blog La città nuova, dedicato alle seconde generazioni, le faceva eco Sumaya Abdel Qader, nata a Perugia, figlia di giordano-palestinesi, autrice del fortunato romanzo Porto il velo, adoro i Queen: "Non riesco a comprendere che si possa denigrare il nome di Dio e del suo Profeta in questo modo. Non riesco a condividere che si macchi di morte il nome di Dio e del Profeta. Charlie Hebdo è noto per produrre vignette satiriche anche sul mondo islamico, sull'Is, e su ciò che accade in Medio Oriente. Non piace a molti musulmani per alcune ragioni, non piace ai criminali dell'Is e associati per altre ragioni. Ma ciò non può giustificare il prezzo della vita. Dio basta a se stesso e non ha bisogno di difesa, se si crede davvero che esista".

Da ieri continuo a ricevere mail di amiche sparse in mezzo Medio Oriente. In modo diverso, dicono tutte la stessa cosa: "Quello che sta succedendo non avviene in nome della mia religione. Sono musulmana. Non sono una terrorista. Io amo la pace". Occorrerà ripeterle spesso nelle prossime settimane queste parole, per impedire all'odio travolgerci.
Twitter: @francescacaferr