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Non si uccidono così anche i deputati?

di MICHELA MARZANO

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Che ci sia stata una "seduta fiume" alla Camera dei Deputati la scorsa settimana per finire di votare i 41 articoli della riforma costituzionale lo sanno tutti. Esattamente come tutti sono al corrente non solo delle risse che si sono moltiplicate, ma anche del fatto che, alla fine delle votazioni, l'Aula fosse semivuota. Dopo la rottura del patto del Nazareno e gli inutili tentativi fatti dal Pd per trovare un accordo con gli altri gruppi, le opposizioni se ne erano infatti andate via, lasciando la maggioranza a votare da sola la riforma.

Quello che forse si conosce meno è come siano trascorse le ore di chi, questa seduta fiume se l'è vissuta tutta, dalla sera di mercoledì fino alle tre di sabato mattina. A parte alcune pause tecniche, come si dice in gergo, non si è fatto altro che discutere, cercare un accordo, litigare. Spesso con reazioni molto stravaganti, legate alla tensione costante e alla stanchezza sempre più grande.

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Ma a chi dovrebbe mai interessare l'andamento della seduta fiume? Perché raccontare quella che è stata per molti deputati un'agonia quando tanti italiani l'agonia la vivono ogni giorno? I cittadini non hanno già manifestato più volte, tramite messaggi di posta elettronica oppure sui social network, il desiderio (ma anche la pretesa, la rabbia, la necessità) che in Parlamento si lavori giorno e notte per 365 giorni all'anno?

Il problema della seduta fiume però, come ho detto durante l'assemblea del gruppo in cui per la prima volta se ne era cominciato a parlare, non è certo quello del troppo lavoro. Il problema è il "come" si lavora in questi casi. Visto che passare giorno e notte in Aula significa perdere la lucidità e votare qualunque cosa pur di finire, abbandonare il "merito" e sperare solo che tutto si fermi, lasciar perdere i contenuti e accettare qualunque compromesso.

Certo, è una prova di forza che Renzi è felice di aver vinto. Certo, è un modo per mostrare che, da quando c'è lui, si avanti a qualunque costo. Ma con quali conseguenze? E i nervi che sono saltati e le frasi che si sono pronunciate? E la mancanza di rispetto che quasi tutti, a un momento o l'altro, hanno mostrato nei confronti dei colleghi? E la fragilità della condizione umana?

Qualcuno mi ha fatto osservare che la politica, con la vulnerabilità dell'umano, c'entra poco o niente. Qualcuno ha detto che quando si ha in mente di cambiare un Paese tutti i mezzi sono leciti. Qualcuno mi ha invitato a "far filosofia" altrove. Ma come si fa a cambiare un Paese a forza di strappi e di prove muscolari? Come si fa a ricreare il tessuto sociale da tempo in frantumi quando in Parlamento ci si insulta e scoppiano risse? Come si fa a uscire dalle macerie della politica di questi ultimi anni se non si riparte dalla questione etica e culturale del rispetto?

Anche in politica, come in ogni altro ambito della vita, c'è il "corto termine" in cui ciò che conta è l'immediato, il presente in cui si portano a casa decreti e riforme a qualunque costo. Ma c'è anche il "lungo termine" fatto di relazioni e di comportamenti, di rispetto e di valori in cui non conta solo il "cosa", ma anche il "come". Soprattutto se c'è in gioco il futuro di un Paese in cui, a forza di contemplare troppo il presente, ci si è dimenticati non solo del passato, ma anche del futuro.
Twitter: @MichelaMarzano