di GUIA SONCINI
Se il vostro ufficio oggi è deserto come il comando dei vigili romani a Capodanno, c'è una spiegazione semplice: ci siamo messi tutti in malattia perché è la giornata di House of Cards. La giornata in cui Netflix mette a disposizione tutte e tredici le puntate della terza serie sulla propria piattaforma, e il mondo si abbuffa. (Ufficialmente, in Italia se ne potranno vedere due puntate su Sky stasera. È apprezzabile che la trasmettano poche ore dopo Netflix invece che, come fecero con la prima stagione, un anno dopo. Tuttavia, una sola misera puntata in serata non può competere con la possibilità di scaricarsi tutta la stagione e divorarla. Però i progressi vanno incoraggiati: di questo passo, entro un paio di decenni Sky si metterà al passo con le modalità di consumo contemporanee).
Il primo House of Cards lo fece la Bbc nel 1990, ma all'epoca l'umanità non era malata di serie tv. Francis Urquhart (il Frank Underwood inglese) era un capogruppo che voleva diventare primo ministro, e per farlo manipolava il partito, il premier, il re, l'ex moglie del re, l'erede al trono. Beau Willimon, il capoprogetto dell'House of Cards americano, risponde da due anni a domande sulle idee geniali e innovative della sua serie: uccidere una delle protagoniste, Zoe, facendola buttare da Frank sotto alla metropolitana; far commentare le vicende a Frank guardando il pubblico negli occhi.
Quando gli chiedono della versione inglese, dice che era talmente diversa che non ha senso fare paragoni, ma certo eran stati bravini ad avere un protagonista perfido prima dei Soprano o di Mad Men. Nella serie inglese, Francis parlava al pubblico. Nella serie inglese, uccideva la giornalista alla fine della prima stagione (buttandola da un tetto). Peccato che Willimon non abbia mai risposto "È un remake, non mi sono inventato niente". Sarebbe stato bello contraddirlo, e ricordargli la più gran invenzione dell'ambizione americana fatta serie televisiva: Claire Underwood.
La moglie, nella versione inglese, si limitava a suggerire trame e infilare nel letto del marito le donne giuste. Claire no. Claire, nella prima puntata della nuova e ultima stagione che guardiamo da oggi, dice che ha quasi cinquant'anni ed è troppo tempo che aspetta di passare dal posto del passeggero a quello di guida: è ora di iniziare a porre le basi per la sua candidatura. Non è che non si capisse dall'inizio, che Claire voleva fare il Presidente, mica la First lady; ma se ci siamo messe in malattia è per osservare il gigantesco non detto che viene ufficializzato. Per quello, e per scoprire se l'americana finisce come l'inglese. Con il cattivo ammazzato, perché il protagonista immorale deve morire sempre: nel secolo di Francis Urquhart e in quello di Breaking Bad.
Twitter: @lasoncini
Se il vostro ufficio oggi è deserto come il comando dei vigili romani a Capodanno, c'è una spiegazione semplice: ci siamo messi tutti in malattia perché è la giornata di House of Cards. La giornata in cui Netflix mette a disposizione tutte e tredici le puntate della terza serie sulla propria piattaforma, e il mondo si abbuffa. (Ufficialmente, in Italia se ne potranno vedere due puntate su Sky stasera. È apprezzabile che la trasmettano poche ore dopo Netflix invece che, come fecero con la prima stagione, un anno dopo. Tuttavia, una sola misera puntata in serata non può competere con la possibilità di scaricarsi tutta la stagione e divorarla. Però i progressi vanno incoraggiati: di questo passo, entro un paio di decenni Sky si metterà al passo con le modalità di consumo contemporanee).
Il primo House of Cards lo fece la Bbc nel 1990, ma all'epoca l'umanità non era malata di serie tv. Francis Urquhart (il Frank Underwood inglese) era un capogruppo che voleva diventare primo ministro, e per farlo manipolava il partito, il premier, il re, l'ex moglie del re, l'erede al trono. Beau Willimon, il capoprogetto dell'House of Cards americano, risponde da due anni a domande sulle idee geniali e innovative della sua serie: uccidere una delle protagoniste, Zoe, facendola buttare da Frank sotto alla metropolitana; far commentare le vicende a Frank guardando il pubblico negli occhi.
Quando gli chiedono della versione inglese, dice che era talmente diversa che non ha senso fare paragoni, ma certo eran stati bravini ad avere un protagonista perfido prima dei Soprano o di Mad Men. Nella serie inglese, Francis parlava al pubblico. Nella serie inglese, uccideva la giornalista alla fine della prima stagione (buttandola da un tetto). Peccato che Willimon non abbia mai risposto "È un remake, non mi sono inventato niente". Sarebbe stato bello contraddirlo, e ricordargli la più gran invenzione dell'ambizione americana fatta serie televisiva: Claire Underwood.
La moglie, nella versione inglese, si limitava a suggerire trame e infilare nel letto del marito le donne giuste. Claire no. Claire, nella prima puntata della nuova e ultima stagione che guardiamo da oggi, dice che ha quasi cinquant'anni ed è troppo tempo che aspetta di passare dal posto del passeggero a quello di guida: è ora di iniziare a porre le basi per la sua candidatura. Non è che non si capisse dall'inizio, che Claire voleva fare il Presidente, mica la First lady; ma se ci siamo messe in malattia è per osservare il gigantesco non detto che viene ufficializzato. Per quello, e per scoprire se l'americana finisce come l'inglese. Con il cattivo ammazzato, perché il protagonista immorale deve morire sempre: nel secolo di Francis Urquhart e in quello di Breaking Bad.
Twitter: @lasoncini