Che in Italia ci fosse un problema per i bimbi dati in affidamento a una famiglia, e poi adottati da un'altra, lo si sapeva già da tempo. Nonostante lo scopo della legge sull'adozione e sull'affidamento del 1983 fosse quello di proteggere i minori in difficoltà offrendo loro, in caso di problemi nella famiglia d'origine, una casa e un affidamento momentaneo.
Dei "genitori a tempo determinato", quindi, prima di tornare a casa loro. Oppure prima di essere dichiarati adottabili, e finire, però, in un'altra famiglia. Con il risultato di vivere un trauma dopo l'altro: prima la separazione dalla famiglia d'origine, poi la separazione dalla famiglia affidataria.
È per questo che, dopo anni di denunce e di battaglie, il Parlamento si è finalmente messo al lavoro. E che la settimana scorsa, in Senato, si è cominciato a discutere della necessità di salvaguardare il legame affettivo che inevitabilmente si crea con chi ottiene l'affidamento: qualora i bimbi non possano tornare nella famiglia d'origine, dovrebbero poter essere adottati da chi se ne è già occupato negli ultimi anni.
Solo che in Italia, come al solito, le cose vengono pensate male e fatte ancora peggio: ecco allora che da un lato, ossia quando si tratta dell'affidamento, non si fa alcuna distinzione tra coppie e single; dall'altro lato, quando cioè si tratta dell'adozione, la distinzione resta. In che senso? Nel senso che un bimbo che sia stato affidato a una coppia può sperare di essere adottato da questa stessa coppia, mentre un bimbo che è stato affidato a un single (uomo o donna che sia) non potrà essere adottato da quest'uomo o da questa donna, ma solo da un'altra coppia.
Ovviamente, c'è chi difende anima e corpo questo tipo di impostazione, affermando che permettere a un single di adottare il bambino che gli è stato affidato significherebbe aprire la porta all'adozione di tutti i single, compresi gli omosessuali, e quindi aggirare la legge che stabilisce che solo le coppie sposate possono adottare figli. Ma altrettanto ovviamente emerge l'assurdità di una legge che, partendo dalla volontà di preservare la continuità affettiva dei legami che si stabiliscono tra i bambini e chi ottiene l'affido, decide che in certi casi la continuità va preservata, mentre in altri casi no.
E i bimbi in tutto ciò? Vai a spiegare loro che nel caso in cui siano stati affidati a una coppia sposata allora va tutto bene, resteranno con loro e non saranno costretti a ricominciare tutto da capo mentre nel caso in cui siano stati affidati ad una donna o ad un uomo che vivono da soli allora niente, i legami affettivi non valgono, e devono ripartire da zero in un'altra famiglia! Vallo a dire a chi ha già vissuto uno strappo. Vallo a spiegare a chi, molto probabilmente, non ha nessuna voglia di ricominciare tutto da capo e si è affezionato a quella donna o a quell'uomo che si sono occupati di lui. Ma questo, forse, per il legislatore è solo un dettaglio. A lui basta essere coerente con l'idea perfetta che ha della famiglia naturale. Che poi ci sia chi possa soffrire, in fondo, a chi importa veramente?
Twitter: @MichelaMarzano
Dei "genitori a tempo determinato", quindi, prima di tornare a casa loro. Oppure prima di essere dichiarati adottabili, e finire, però, in un'altra famiglia. Con il risultato di vivere un trauma dopo l'altro: prima la separazione dalla famiglia d'origine, poi la separazione dalla famiglia affidataria.
È per questo che, dopo anni di denunce e di battaglie, il Parlamento si è finalmente messo al lavoro. E che la settimana scorsa, in Senato, si è cominciato a discutere della necessità di salvaguardare il legame affettivo che inevitabilmente si crea con chi ottiene l'affidamento: qualora i bimbi non possano tornare nella famiglia d'origine, dovrebbero poter essere adottati da chi se ne è già occupato negli ultimi anni.
Solo che in Italia, come al solito, le cose vengono pensate male e fatte ancora peggio: ecco allora che da un lato, ossia quando si tratta dell'affidamento, non si fa alcuna distinzione tra coppie e single; dall'altro lato, quando cioè si tratta dell'adozione, la distinzione resta. In che senso? Nel senso che un bimbo che sia stato affidato a una coppia può sperare di essere adottato da questa stessa coppia, mentre un bimbo che è stato affidato a un single (uomo o donna che sia) non potrà essere adottato da quest'uomo o da questa donna, ma solo da un'altra coppia.
Ovviamente, c'è chi difende anima e corpo questo tipo di impostazione, affermando che permettere a un single di adottare il bambino che gli è stato affidato significherebbe aprire la porta all'adozione di tutti i single, compresi gli omosessuali, e quindi aggirare la legge che stabilisce che solo le coppie sposate possono adottare figli. Ma altrettanto ovviamente emerge l'assurdità di una legge che, partendo dalla volontà di preservare la continuità affettiva dei legami che si stabiliscono tra i bambini e chi ottiene l'affido, decide che in certi casi la continuità va preservata, mentre in altri casi no.
E i bimbi in tutto ciò? Vai a spiegare loro che nel caso in cui siano stati affidati a una coppia sposata allora va tutto bene, resteranno con loro e non saranno costretti a ricominciare tutto da capo mentre nel caso in cui siano stati affidati ad una donna o ad un uomo che vivono da soli allora niente, i legami affettivi non valgono, e devono ripartire da zero in un'altra famiglia! Vallo a dire a chi ha già vissuto uno strappo. Vallo a spiegare a chi, molto probabilmente, non ha nessuna voglia di ricominciare tutto da capo e si è affezionato a quella donna o a quell'uomo che si sono occupati di lui. Ma questo, forse, per il legislatore è solo un dettaglio. A lui basta essere coerente con l'idea perfetta che ha della famiglia naturale. Che poi ci sia chi possa soffrire, in fondo, a chi importa veramente?
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