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"1992", l'impegno non basta in tv

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Ci sono delle regole d'ingaggio per i lavoratori di Netflix che girano per la rete, le ha pubblicate l'edizione americana dell'Huffington Post. Non so se siano vere ma è bello pensare che lo siano. È consolante pensare che se Netflix è diventata Netflix - passata dal noleggiare dvd al creare alcune delle serie tv più interessanti degli ultimi anni, dall'inesistenza nel settore al girone professionisti in cui si produce roba come House of Cards - è perché non premia l'impegno. Se lavorate lì, c'è scritto, e ottenete il massimo risultato col minimo impegno, vi daranno ruoli di sempre maggior responsabilità e sempre più soldi; mentre, se le vostre prestazioni sono scadenti nonostante il vostro impegno sia massimo, sarete rapidamente liquidati. È un'azienda adulta: la buona volontà smette di fare punteggio alle elementari.

Ci ho pensato con grande nostalgia guardando in ritardo 1992. Guardandolo, cioè, dopo aver letto le recensioni entusiastiche della nuova serie di Sky: critici che a qualunque produzione di tv generalista contrappongono la più scolastica ed elementare delle regole - "Show, don't tell" - non si curavano minimamente che in 1992 nulla fosse mostrato e tutto detto. Una sequela di "spiegoni", come si chiamano gergalmente quei passaggi in cui sceneggiatori pigri, non avendo trovato il modo di far saltare fuori i dettagli nelle scene, li affidano a didascalie dette da qualche attore.

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È uno degli utilizzi della voce fuori campo, che però in 1992 non c'è: si fanno la voce fuori campo da soli. È tutt'un poliziotto che durante un appostamento chiede cosa stiano facendo, e l'altro che risponde che sono sotto l'ufficio di Mario Chiesa, che è socialista craxiano come Tognoli e Pillitteri, e vuole fare il sindaco, ma ora sta per prendere una tangente. È tutt'un tizio, seduto fuori dalla vetrata di un ristorante, che guarda una delle protagoniste cenare con l'amante e spiega al suo amico chi è quella, chi è lui, come guadagna, che potere ha.

Se dici che 1992 è assai peggio scritto e recitato di Le tre rose di Eva (feuilleton di Canale 5), gli opinionisti reagiscono come Corrado Guzzanti in quello sketch in cui diceva "Allora rivolete il comunismo!": ti dicono che allora ti meriti fiction di santi ed eroi, ti meriti che non si sia mai contemporanei. Mentre dovresti proprio apprezzare che abbiano provato a raccontare l'Italia di vent'anni fa, invece che quella di quarant'anni fa. Dovresti lodare il progresso. Dovresti premiare la buona volontà.
Twitter: @lasoncini