Oggi sarebbe meglio tacere, per rispetto. Ogni cosa mi sembra minuscola, e così ho scelto la più piccola di tutte. Anche perché, nella sua piccolezza, riguarda la nostra barbarie. O più semplicemente la nostra difficoltà a usare e capire un mondo che è cambiato.
Qualche giorno fa il comico americano Louis C. K. ha detto in un'intervista che si vergogna di molte cose che ha scritto su twitter, che vorrebbe chiedere scusa ad alcune persone e che alla fine, per questa ragione, ha deciso di chiudere l'account. È troppo veloce, e impone una polarizzazione isterica e inutile. Come lui molti altri. Ci stiamo rendendo conto da soli, o sono le conseguenze a farcelo capire, che i social tirano fuori la nostra parte peggiore.
Ultima, la storia di Tea Falco. Attrice nella serie tv 1992, travolta da una montagna di spazzatura. La cagnara, le offese grevi, il rutto libero sono appannaggio degli sconosciuti. La turba lurida e rumoreggiante che trova spazio su facebook, nei blog e in nessun altro luogo pubblico. E pazienza. Urlano per farsi sentire, sgomitano per la fotografia in prima linea. E quando la ottengono, non sanno che farne. Pazienza. Ma gli altri? Gli aizzatori, le twitter star, i giornalisti, quelli che con le parole ci lavorano, le cui opinioni vengono pagate e che dovrebbero sapere quello che stanno facendo? Domenico Naso, per esempio, giornalista de Il Fatto, autore di una delle stroncature a Tea Falco. La madre dell'attrice gli scrive una lettera (privata) poi un'altra, e un'altra. Lo offende, in privato. Lui che fa? Le rende pubbliche.
Gli autori di arguti hashtag, i recensori in tre battute che sognano Campanile, i Cioran dei Navigli, i Karl Kraus mosci, i giornalisti seri che non scriverebbero mai sul loro giornale quello che twittano... Ma il "tutto quanto fa spettacolo" non è una roba del secolo scorso?
Twitter: @elenastanka
Qualche giorno fa il comico americano Louis C. K. ha detto in un'intervista che si vergogna di molte cose che ha scritto su twitter, che vorrebbe chiedere scusa ad alcune persone e che alla fine, per questa ragione, ha deciso di chiudere l'account. È troppo veloce, e impone una polarizzazione isterica e inutile. Come lui molti altri. Ci stiamo rendendo conto da soli, o sono le conseguenze a farcelo capire, che i social tirano fuori la nostra parte peggiore.
Ultima, la storia di Tea Falco. Attrice nella serie tv 1992, travolta da una montagna di spazzatura. La cagnara, le offese grevi, il rutto libero sono appannaggio degli sconosciuti. La turba lurida e rumoreggiante che trova spazio su facebook, nei blog e in nessun altro luogo pubblico. E pazienza. Urlano per farsi sentire, sgomitano per la fotografia in prima linea. E quando la ottengono, non sanno che farne. Pazienza. Ma gli altri? Gli aizzatori, le twitter star, i giornalisti, quelli che con le parole ci lavorano, le cui opinioni vengono pagate e che dovrebbero sapere quello che stanno facendo? Domenico Naso, per esempio, giornalista de Il Fatto, autore di una delle stroncature a Tea Falco. La madre dell'attrice gli scrive una lettera (privata) poi un'altra, e un'altra. Lo offende, in privato. Lui che fa? Le rende pubbliche.
Gli autori di arguti hashtag, i recensori in tre battute che sognano Campanile, i Cioran dei Navigli, i Karl Kraus mosci, i giornalisti seri che non scriverebbero mai sul loro giornale quello che twittano... Ma il "tutto quanto fa spettacolo" non è una roba del secolo scorso?
Twitter: @elenastanka